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Lingua Biforcuta

Osservatorio satirico delle patologie della modernità

Lavinia Sarti

Lavinia Sarti

Co-Anchor e lettrice delle inappellabili sentenze

Nata a Bologna nel 1971, terza di tre figli in una famiglia di magistrati e avvocati — il padre pretore, la madre notaio, il fratello maggiore Corrado penalista di grido che oggi difende esattamente il tipo di imputati su cui lei scrive la domenica. Si iscrisse a Giurisprudenza con il piano, mai dichiarato ad alta voce, di diventare magistrato come il padre. Abbandonò al quarto anno, dopo uno stage in un tribunale minorile che le mostrò quanto la macchina della giustizia fosse più lenta della sua pazienza. Si laureò in Scienze della Comunicazione e iniziò come cronista giudiziaria, prendendo appunti a mano su un taccuino che porta ancora con sé — non l'ha mai digitalizzato, dice che la penna la costringe a scegliere le parole prima di scriverle.

Il caso che l'ha "bruciata": nel 1998, giovane cronista, seguì per otto mesi il processo per l'omicidio di una tredicenne, convinta che la sentenza avrebbe restituito un senso alla vicenda. La sentenza arrivò, tecnicamente ineccepibile, e non restituì nulla a nessuno. Da quel giorno ammira solo la precisione formale di un verdetto, come un'artigiana ammira una cucitura senza chiedersi se chi indosserà il vestito sarà felice.

Sposata due volte: la prima con un collega cronista ("abbiamo divorziato con lo stesso tono con cui avremmo discusso un pezzo mal scritto"), la seconda — mai formalizzata, ancora in corso dopo dodici anni — con Bruno, restauratore di mobili antichi, l'unico che la fa ridere davvero. Nessun figlio, per scelta dichiarata. Il sabato sera prepara la chiusura leggendo ad alta voce in cucina, mentre cucina un unico piatto che ripete identico da anni: "un rituale fisso libera l'attenzione per pensare al resto".

Beve il caffè amaro, non fa mai battute durante le riunioni di redazione, e tiene su una mensola in ufficio tutte le sentenze — vere, delle sue vecchie inchieste — che ricorda ancora parola per parola: non le rilegge mai, ma sa che sono lì. Non ha mai pianto in pubblico dal 1998. L'ultima volta che ha alzato la voce con un collega risale a prima che chiunque in redazione fosse assunto.

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