Confindustria odia le mancette, soprattutto quelle degli altri
Da Capri gli industriali predicano il rigore sui conti pubblici con il calice in mano, ma un secondo dopo allungano il piattino per i propri sussidi.
«Basta mancette elettorali, serve rigore sui conti pubblici». Sentito pronunciare dalla terrazza di un grand hotel di Capri, tra un calice di bianco e la brezza marina, fa già abbastanza ridere così. Ma il capolavoro vero arriva esattamente trenta secondi dopo, nello stesso identico discorso del presidente Emanuele Orsini.
Perché per Confindustria i soldi dello Stato hanno una natura magica, mutevole. Se vanno in busta paga o alle pensioni dei poveri cristi si chiamano «mancette», roba da irresponsabili che scassano il bilancio. Se invece finiscono dritti nelle tasche delle aziende sotto forma di superammortamenti, sgravi e sconti per inquinare in santa pace senza le regole europee, allora puff: diventano «investimenti strategici per la crescita del Paese».
Io sarò pure cinico, ma il vocabolario di questi signori lo conosco a memoria: il libero mercato è bellissimo finché si incassa, poi appena arriva il conto tocca a Pantalone tirare fuori il portafoglio. Predicano il digiuno agli altri mentre ordinano il dolce a spese del contribuente.
Beccàta!