La tua crisi mistica ci costa duecentotrenta euro a testa
Marco Mengoni chiude 500 fan in un teatro, sequestra i telefoni, si rifiuta di cantare le sue hit e lo chiama "cena stellata". Io lo chiamo in un altro modo.
Caro Marco. Duecentotrenta euro per chiudermi in un ex cinema milanese con altre 499 anime in pena, sequestrarmi il telefono all'ingresso e rifiutarti di cantare "L'essenziale" o "Due vite". Praticamente stai vendendo la sindrome di Stoccolma a prezzo di saldo, spacciandola per una "residency" esclusiva.
Mi fa impazzire la tua giustificazione. "È un'esperienza, come una cena stellata che fai una volta all'anno per pagare le maestranze". Ma per favore. Se vado da Cracco e gli do trecento sacchi, lui mi porta il piccione brasato, non esce dalla cucina per dirmi: "Stasera non preparo i miei piatti famosi, ti becchi una fetta di pane sciapo perché ho bisogno di decostruire il mio ego artistico".
La verità è che non ne puoi più delle tue stesse canzoni, e ci sta. Capita a tutti di odiare la routine del proprio lavoro. Ma avere la faccia tosta di far pagare a noi la tua crisi mistica, sigillandoci i cellulari per evitare che qualcuno posti su TikTok quanto si sta annoiando, è un capolavoro di cinismo che quasi rispetto. Quasi.
Volevi fare l'artista tormentato e incompreso. Hai solo inventato la rapina a mano armata con l'aperitivo incluso.
Beccàto!