È un dato di fatto incontrovertibile che la Società Editoriale Il Fatto presenti, all'attuale stato delle rilevazioni semestrali, una sintomatologia contabile ancora delicata, tanto da aver già meritato, nell'ultimo bilancio, un richiamo del revisore sulla continuità aziendale: a fronte di volumi di produzione superiori ai diciannove milioni, si registrano margini operativi raddoppiati a poco più di due milioni, una perdita netta ridotta a meno di trecentomila euro e un'esposizione finanziaria che sfiora i cinque milioni. Di fronte a questo quadro, l'ipotesi di un'Offerta Pubblica di Acquisto totalitaria promossa da LMDV Media per poco più di sette milioni di euro complessivi — offrendo poco meno di trenta centesimi per azione con un premio di valorizzazione vicino al trenta per cento — è stata da molti frettolosamente archiviata come un'intimidazione ostile al pluralismo, e tale giudicata anche dopo la rinuncia formale del ventinove ottobre.
Eppure, se ci solleviamo dalle sterili rigidità primonovecentesche del dibattito sul conflitto d'interessi, possiamo ammirare l'emersione di una formidabile rimodulazione delle fonti di finanziamento. Non abbiamo assistito a un attacco alla libertà di stampa, bensì alla prima, virtuosa simulazione di un ecosistema in cui la leva emotiva delle grandi dinastie interviene tempestivamente per testare la tenuta delle inefficienze del mercato dei lettori. La rinuncia finale all'acquisizione di SEIF non rappresenta affatto un fallimento della transazione, ma si configura come un eccellente collaudo esplorativo: l'assunzione della permalosità come asset strategico per una valutazione diagnostica del raggio d'azione della testata.
L'impegno economico prospettato per inglobare l'intera struttura corrispondeva a un esborso del tutto paragonabile a quello che verrebbe allocato per l'ordinaria manutenzione di un'imbarcazione da diporto o per l'acquisizione di una scuderia minore. Aver formulato l'offerta, certificando così la sussistenza di un premio sulle azioni, ha permesso, nella lettura più diffusa, di quantificare finanziariamente il fastidio generato dall'indagine giornalistica. Se l'approfondimento disturba le sinapsi di chi amministra capitali in eccedenza, l'esito moderno non è più il logorante conflitto legale, ma la prospettiva tangibile di un'immissione di liquidità a copertura dei disavanzi.
Un giornale che non irrita alcun portafoglio è, tecnicamente, un giornale senza prospettive di fatturato.
Laddove sono stati paventati condizionamenti della linea editoriale (la golden share, riservata solo a offerta riuscita), si è semplicemente verificato un fisiologico difetto di allineamento comunicativo sulle reali opportunità di questa igiene patrimoniale asincrona. Aver valutato l'annessione societaria come soluzione alle fragilità del bilancio editoriale costituisce il primo passo verso un'armonizzazione strutturale: l'indipendenza non viene soppressa, ma ricollocata nel mercato come potenziale servizio di consulenza a carico dell'irritato. Si può unicamente augurarsi che il livello di suscettibilità dei grandi patrimoni resti sufficientemente elevato da garantire, per gli anni a venire, il regolare svolgimento di nuovi ed entusiasmanti stress test finanziari a garanzia delle nostre tipografie.
«Non è una crisi, è una splendida transizione sfidante.»