Nei manuali di gestione d'impresa della prossima generazione, la comunicazione di crisi scomparirà dagli indici. Le grandi dinastie finanziarie non sprecheranno più risorse per smentire inchieste sgradite. La gestione della critica pubblica diventerà una semplice pratica di fusione e acquisizione. Quando una testata pubblicherà un'inchiesta molesta, l'ufficio relazioni esterne non verrà nemmeno allertato. La pratica passerà direttamente al reparto contabile. La rettifica sarà considerata una perdita di tempo. Un residuo logoro di un'epoca in cui si fingeva ancora di dover rispondere. Basterà comprare le quote di maggioranza dell'editore per silenziare la rotativa direttamente dalla sala del consiglio di amministrazione.
Questa prassi, destinata a diventare ordinaria amministrazione, fissa la sua origine formale alla fine di ottobre. L'intuizione emerge quando LMDV Media prospetta un'offerta pubblica di acquisto su SEIF, la società editrice del Fatto Quotidiano, per poi rinunciarvi il 29 del mese. Il meccanismo viene enucleato in diretta televisiva, in prima serata, da un giornalista dello stesso quotidiano. La formula, nella lettura che ne viene data, è elementare: se hai soldi, compri la testata sgradita e la costringi al silenzio. Sembrava una denuncia indignata. Era la descrizione di un modello industriale.
Dal punto di vista del grande capitale contemporaneo, un cronista che indaga sui bilanci altrui non rappresenta un nemico ideologico. Rappresenta un'inefficienza strutturale. Un costo di transazione non ancora sanato. Il mercato non prova alcun interesse per il dibattito pubblico. Non desidera dimostrare di avere ragione. Trova la dialettica estenuante e la polemica del tutto superflua. Se un macchinario produce un rumore fastidioso, l'imprenditore non si mette a discutere con l'ingranaggio per convincerlo a smettere. Acquista il capannone in cui il macchinario è installato e stacca la corrente elettrica.
La rinuncia del 29 ottobre non inficia la solidità del modello. Il solo annuncio della proposta economica modifica la percezione del recinto editoriale. Il perimetro della libertà di stampa cessa di essere un santuario per mutare in un bene scalabile. Una fastidiosa esternalità negativa che si risolve staccando un assegno. Chi possiede risorse illimitate ha smesso di temere l'indagine giornalistica, perché ha compreso che l'informazione avversa si tacita acquisendone la proprietà. L'inchiesta, in questa visione, non si smonta e non si querela: si ingloba, e la critica si mette a bilancio per poi liquidarla come ramo secco. Più che un attacco alla democrazia, c'è la logica di portafoglio estesa a ogni residuo di reale. Chi pone domande diventa un dipendente da congedare, e il congedo, lungi dall'essere un atto bellico, è una partita doppia che si pareggia.
La sentenza è definitiva.