Leggo i giornali americani non per una superiore sete intellettuale, ma perché provo un sottile, patetico piacere onanistico nel guardare qualcun altro rischiare la propria carriera mentre io mi gratto le palle sul divano. Ho passato metà della mia vita professionale a sperare che le inchieste più rognose sui potenti di casa nostra le scrivesse un reporter di Boston, così potevo riprenderle senza prendermi le querele, limitandomi a fare il passacarte indignato. È una viltà comodissima. La stessa identica viltà, ma elevata a sistema industriale, che sta tenendo in piedi l'informazione di questo Paese.
Il New York Times, un quotidiano che sta a oltre seimila chilometri da piazza Affari, ha dovuto sprecare i propri fondi e i propri cronisti per raccontarci, tra l'altro, cosa combina nel tempo libero l'erede dell'impero Luxottica. Hanno pubblicato un'inchiesta grande come una cattedrale su un presunto network di avvocati e professionisti del marketing digitale pagati per lanciare campagne diffamatorie contro cinque donne, tra cui un'ex fiamma dell'imprenditore. Tra gli uomini chiamati in causa, un maschio accusato di non accettare il rifiuto e di convertire il conto in banca in artiglieria reputazionale. Secondo gli americani, la dinamica sarebbe la più vecchia e squallida del mondo, solo con i guantoni foderati di azioni al portatore. E cosa ha fatto la stampa italiana, di fronte a questa potenziale bomba atomica editoriale? Ha fatto finta di guardare il soffitto. Centinaia di redattori improvvisamente convinti che la notizia del giorno fosse il meteo in Trentino. Praticamente l'unico giornale che ha osato tradurre e riprendere lo scoop americano è stato il Fatto Quotidiano. E l'erede miliardario, per tutta risposta, ha tentato di comprarsi la tipografia, la testata, i contratti dei giornalisti e la memoria di chi ci aveva scritto sopra. L'OPA come risposta editoriale. Il bonifico come diritto di replica.
Questo silenzio omertoso si sposa magnificamente con l'ipocrisia della nostra cultura della testimonianza online. Il 12 ottobre l'erede in questione è stato ospite per un'ora e venticinque minuti di uno dei podcast più seguiti, tra domande morbide e complimenti per le tasse pagate in Italia, mentre nessun quotidiano nazionale parlava dell'inchiesta americana. Intanto siamo circondati da influencer decostruiti che campano di lacrime a comando su TikTok, pronti a denunciare ferocemente il micro-machismo del panettiere. Ma davanti a un presunto stalkeraggio miliardario industrializzato, con tanto di ufficio stampa e fattura elettronica, la loro solidarietà entra in ibernazione volontaria. La tossicità maschile si combatte solo se l'oppressore ha un contratto a termine; se invece finanzia i gala a cui speri di scroccare un invito, il patriarcato diventa magicamente un'opinione rispettabile.
Riducendo la scala, è come se veniste scaricati malamente in un pub da una tipa che vi giudica viscidi e noiosi. Invece di incassare il colpo e andarvi a bere una birra triste nel bagno del locale, comprate l'intero edificio, modificate la licenza commerciale e rendete obbligatorio per contratto che lei rida alle vostre battute squallide. È l'ipertrofia dell'ego fusa con la potenza di fuoco bancaria. È il diritto divino del cazzo respinto che si fa holding.
Lo scandalo vero, sanguinoso, non è un ragazzino coi miliardi che cerca di comprarsi una tipografia per far smettere di stampare il proprio nome. I ricchi fanno i ricchi, usano i contanti come silenziatori da decenni. Lo scandalo terminale è che, se il New York Times non avesse ficcato il naso nei nostri affari domestici, noi non sapremmo assolutamente nulla. Il giornalismo italiano ha smesso di essere il cane da guardia del potere per trasformarsi in una specie di bestiola da salotto, addestrata a sporcare solo sulle traverse igieniche approvate dal padrone. Siamo un Paese sotto tutela giornalistica straniera. Appaltiamo il coraggio agli americani perché le nostre redazioni sono terrorizzate dalla prospettiva di disturbare l'ecosistema dei dividendi.
In questa catena alimentare disastrata, il dissenso non è più un diritto costituzionale e non è nemmeno un'opinione: è diventato un banale asset aziendale. La democrazia liberale si illudeva che la libertà di stampa non avesse prezzo. Il capitalismo dinastico ha semplicemente dimostrato che aveva solo un prezzo molto alto, e lo ha saldato tramite bonifico. La verità non viene smentita: viene acquisita. E voi, che applaudite il mercato libero mentre vi piscia nel piatto, continuate a chiamarla libertà di impresa.
Io ho morso. A voi il veleno.