Ieri mia figlia Nora è venuta a pranzo e ha lasciato sul tavolo del soggiorno un quaderno di appunti. Lavora a cottimo, viene pagata a pezzo, e cerca di capire come si sopravvive in questo mestiere senza farsi stritolare dai capiredattori. Sulla copertina aveva appuntato una frase catturata da un salotto televisivo, una di quelle massime che i giovani freelance si segnano credendo che contengano il segreto della professione. C'era scritto: "Avere le spalle larghe". Ho guardato quella grafia veloce, tonda, piena di un'aspettativa che io ho smarrito prima ancora che lei nascesse, e non le ho detto niente. Non le ho detto che, sul monitor di ritorno, le spalle larghe servono soprattutto a occupare l'inquadratura di fianco alla copertina.
Oggi la scaletta mi restituisce l'origine esatta di quell'appunto. Un blocco registrato in prima serata: in video, un giornalista ospite commenta la ritirata di un erede miliardario che ha tentato di acquisire il quotidiano dove l'ospite stesso scrive. Il testo che scorre davanti ai miei occhi usa il lessico della trincea. Redazioni sotto assedio. Magnati respinti. La difesa della libera stampa contro chi crede di zittire le rotative con un bonifico. La frequenza vocale è quella, ineccepibile, dei grandi snodi storici.
L'aria mi si ferma in gola, appena un decimo di secondo. Un sospiro minimo, trattenuto a forza, che i microfoni da cravatta non sono tarati per captare, perché cade nell'esatto millimetro di silenzio tra un blocco e l'altro. Sostare in quel millimetro è l'unico modo che mi è rimasto per non sentire il rumore della mia stessa neutralità.
Perché il servizio non si ferma alla metafora bellica. Il blocco prosegue. E con la stessa identica impostazione vocale, mantenendo i decibel e la prosodia di chi sta difendendo la libertà di stampa, la voce registrata accoglie la promozione del nuovo saggio dell'ospite. Il baluardo democratico e lo scaffale delle novità in libreria condividono lo stesso respiro, la stessa inquadratura, senza nemmeno lo stacco di uno stacchetto musicale. L'indignazione per chi vuole comprare i giornalisti sgraditi scivola, senza un'esitazione, nell'etichetta altrui citata in studio davanti alla telecamera: il giovane fermato e poi scarcerato, "ayatollah dei maranza" nel titolo di un giornale. Tre parole già chiuse e calibrate per finire in un chiron in sovrimpressione.
Una vita passata a leggere bollettini catastrofici a centocinquanta parole al minuto mi hanno insegnato ad abbassare il volume fino a non sentire più la mia stessa voce. Ma qui il meccanismo è inverso. L'allarme non è dichiarato per essere risolto, è posizionato a favore di luce. La trincea è vera, il miliardario esiste, il rischio è reale. Eppure, sullo schermo piatto, assorbono la stessa identica illuminazione da studio del prodotto in vendita.
Chi guarda dal divano non percepisce il punto di sutura: l'istante esatto in cui il bollettino di guerra si ferma e inizia la scansione del codice a barre. Non c'è stacco. Non c'è un calo di tensione. C'è solo un'unica, perfetta emissione continua che livella, sulla stessa frequenza d'onda, la tenuta democratica del Paese e il banco delle novità in libreria.
Io resto fermo alla mia postazione, aspettando che il servizio finisca. Guardo la grafica del sottomondo incorniciare la minaccia autoritaria e la copertina rigida, separate soltanto da una sottile riga di pixel blu.
E con questo... è tutto.