Il dispaccio d'agenzia posiziona cinque sillabe esatte a metà del primo capoverso: "Chi rompe paga". Fino a ieri era un cartoncino sbiadito, appeso con lo spago sopra le mensole di ceramica nei negozi di souvenir. Una clausola da rigattiere. Oggi, nella stringa di testo che scorre nel mio campo visivo, è l'architrave del diritto penale minorile.
Il testo illustra il fermo preventivo esteso ai minorenni e condanne fino a dodici anni per chi organizza o promuove gruppi violenti. Ma la sintassi non richiede di sviscerare la giurisprudenza. Richiede solo di validare l'ammonimento da gita scolastica.
Devo pronunciare "Chi rompe paga" con la medesima, inappuntabile gravità che applicherei a una riforma costituzionale. Se lascio trasparire un'oncia di esitazione, se indugio sulla vocale finale con una sfumatura di derisione, il trucco si svela: le istituzioni stanno arginando il disagio urbano con il vocabolario di una ferramenta. Ma se applico la giusta cadenza baritonale, la metamorfosi si compie. La minaccia da bancone si eleva a dottrina giuridica.
Nessuno andrà a cercare il testo del decreto sulla Gazzetta Ufficiale, perché il problema è già stato risolto dal suono della mia voce. La dizione esatta è l'ultimo strato di smalto lucido steso su un principio giuridico di compensato. Mi ascolto modulare l'intonazione su quell'imperativo categorico. Sento la mia laringe piegarsi docilmente alla logica del bancone dei cocci.
Un negoziante che esige il risarcimento per un piatto infranto non sospira: punta il dito sul cartello e batte cassa. Non c'è spazio per un'esitazione tecnica, né per una presa d'aria fuori tempo. La sintassi del credito non ammette pause di riflessione. La consonante occlusiva di "paga" arriva troppo in fretta. L'interstizio in cui di solito comprimo un sospiro viene inghiottito dall'urgenza della riscossione. Rimango con la bocca vuota e la ricevuta di ritorno firmata da tutti voi.
E con questo... è tutto.