Otto anni fa, mentre scavavo nei subappalti dell'edilizia lombarda per un dossier che mi costò la prima querela seria della mia vita e un trasloco notturno, finii a bere caffè scadente nel tinello di un consulente per la sicurezza sul lavoro. Non stavo cercando giustizia per l'operaio col collo spezzato, sia chiaro: stavo solo cercando uno scandalo perché il direttore mi aveva promesso un aumento, e io avevo l'affitto in arretrato da tre mesi. Un tecnocrate profumato di sandalo che fatturava parcelle oscene a una multinazionale del cemento. Un mese prima, un manovale era precipitato da un'impalcatura marcia rompendosi l'osso del collo. Questo genio delle perizie non aveva suggerito all'azienda di comprare giunti in acciaio o di puntellare i ponteggi. Aveva redatto un report di ottanta pagine in cui calcolava millimetricamente la reattività sinaptica degli operai in base alla loro data di nascita. La sua soluzione al rischio di crollo era licenziare i cinquantenni e assumere esclusivamente ventenni: con riflessi biologici più scattanti, i giovani avrebbero avuto una frazione di secondo in più per aggrapparsi al cornicione mentre l'impalcatura cedeva verso il vuoto. Nessuna spesa per i tubolari nuovi, solo una gelida traslazione anagrafica della colpa. Se muori, è perché i tuoi nervi sono obsoleti. Il problema non è il cantiere fatiscente, è la tua lentezza.
La stessa esatta sociopatia contabile è stata appena applicata al codice penale. Palazzo Chigi ha partorito il nuovo decreto sicurezza in risposta a due giorni di vetrine sventrate nel centro di Milano. Il bollettino autunnale parla di duecentosettantuno portati in questura e identificati, di cui duecentoventi minorenni. Un'armata di pischelletti con le felpe sintetiche e i maranza di periferia che hanno deciso di sfogare l'eccesso di cortisolo smontando a calci il salotto buono del consumo metropolitano. La reazione governativa non è stata una presa in carico sociale. Non hanno mandato educatori, non hanno toccato le scuole. Hanno fatto un copia-incolla del mio vecchio consulente edile, applicandolo alla giustizia. Hanno decretato per legge che, dai quattordici ai diciotto anni, la capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria: prima andava accertata caso per caso, ora tocca al ragazzo dimostrare di non essere maturo.
Un quattordicenne è un organismo in avaria ormonale. Uno che non sa gestire l'erezione incontrollata durante l'ora di matematica, che puzza di sudore acido, che non sa allacciarsi le scarpe senza un tutorial su TikTok e che ritiene arrapante ascoltare la trap col vivavoce sul tram. Di colpo, per decreto ministeriale, questo grumo di fluidi instabili viene elevato allo status di adulto cognitivo perfetto. È la biopolitica di Foucault riscritta da un amministratore di condominio incazzato. Lo Stato pontifica che a quattordici anni possiedi la lucidità strategica di un broker cocainomane o di un rapinatore di banche professionista. Non c'è più un giudice minorile che parte dal dubbio: la tua maturità si dà per scontata, e a smentirla devi pensarci tu. Sei un genio del male per presunzione legale, ma resti un infante decerebrato se provi a comprarti una birra scura al supermercato.
Questa non è politica di sicurezza pubblica, è la dichiarazione formale di una guerra demografica. Una nazione governata da prostate ingrossate, cateteri, dentiere e pensioni retributive ha guardato in faccia l'acne giovanile e ha provato il terrore viscerale dell'estinzione. Non vogliono più fare finta di voler educare nessuno. L'educazione richiede pazienza, sudore, risorse e soprattutto l'accettazione del fallimento fisiologico dell'adolescenza. I vecchi non hanno tempo per l'adolescenza. Vogliono la neutralizzazione immediata della minaccia. Hanno preso una fase biologica, lo schifo meraviglioso e violento della pubertà, e l'hanno convertita d'ufficio in un reato associativo. Hanno stabilito che il disagio giovanile non è un sintomo di una società sfasciata, ma un'infiltrazione terroristica da sedare col fermo di polizia prima che l'ospizio crolli.
I tecnici dei ministeri, quelli con le montature in titanio e le ghiandole sudoripare atrofizzate, esultano in televisione. Sono gli amministratori del collasso. Stanno lì a vivisezionare il comportamento dei ragazzi con i loro algoritmi comportamentali, a calcolare la devianza standard del vandalismo di gruppo come se stessero misurando il colesterolo di un top manager. Analizzano la rabbia di periferia come se fosse un picco glicemico da correggere con la dieta, redigono fascicoli su fascicoli per giustificare l'aumento delle pattuglie, senza muovere mezzo dito per bonificare i cessi a cielo aperto e l'abbandono scolastico in cui questi ragazzini marciscono. Non curano il morbo, ne brevettano il codice a barre. Perfezionano gli strumenti psicometrici per certificarne legalmente l'incurabilità e fatturano la consulenza al dicastero di turno, pulendosi la coscienza con un foglio Excel.
Sostituire la cattedra con il mandato di cattura non è un'esibizione di autorità, ma la resa contabile di un sistema che ha smesso di riprodursi. Quando lo Stato smette di fare il padre per proporsi esclusivamente come secondino, ammette che il tessuto civile è andato in necrosi. Hanno rinunciato a forgiare esseri umani funzionali, preferendo stoccare minorenni pre-condannati in magazzini di cemento perché costa meno che pagar loro uno psicologo. Vi comprate l'illusione temporanea del marciapiede pulito, applaudendo le manette ai ragazzini, senza rendervi conto che il potere vi sta candidamente confessando che l'unico modo per gestire la biologia di chi resta è trattarla come scarto tossico da smaltire in discarica penale.
Io ho morso. A voi il veleno.