L'imputato di questa settimana è una locuzione composta da due parole. Fermo preventivo. L'esecutivo non lo inventa: esiste dal decreto Sicurezza di febbraio, articolo 11 bis. Lo estende ai minorenni, con la noncuranza di chi cambia una virgola in un codice. Si giustifica la mossa evocando vetrine infrante a Milano. È un'esca narrativa dozzinale. L'arsenale punitivo possiede già gli strumenti per reprimere il saccheggio: trentadue arresti in una sola domenica. Il bersaglio di questa manovra non è la tutela dell'arredo urbano, ma la riscrittura silenziosa dell'architettura del dissenso.
Prendo ancora appunti a mano su vecchi taccuini, dove l'attrito della penna mi costringe a pesare le parole prima di scriverle. La grammatica di questo istituto altera la freccia del tempo. Il diritto penale classico sanziona il fatto compiuto. Il singolo rispondeva del sasso lanciato o del bastone sollevato. Il fermo sposta l'orologio all'indietro. Non colpisce l'azione, ma l'assembramento. Non calcola il danno, ma valuta l'intenzione presunta. La regola abbandona la materialità del gesto per criminalizzare lo spazio.
La locuzione copre un'ansia di controllo sotto le vesti dell'igiene urbana. Il fermo di prevenzione sottrae la libertà personale prima che un danno si concretizzi sulla strada: nel fine settimana degli scontri a Milano ha trattenuto 174 delle 271 persone portate in questura, e il decreto lo allarga ai minorenni. È la traduzione giuridica della chiaroveggenza. Si ferma un cittadino non per ciò che ha già fatto, ma per ciò che l'autorità immagina possa fare.
Chi ha redatto il testo risponde di un'estensione grottesca. La piazza smette di essere un luogo di transito. Viene declassata a scena del crimine anticipata. Il potere non si affatica più a dimostrare una condotta materiale. Si dedica a sterilizzare l'aggregazione alla radice. I corpi radunati non sono soggetti, ma sagome in cerca di un pretesto.
La libertà di riunione degrada così a concessione precaria, revocabile alla prima oscillazione della paura governativa. Il decreto funziona come un nastro isolante invisibile. Sigilla le piazze e trasforma l'atto stesso del radunarsi in una colpa. Si punisce l'ombra prima del movimento. L'ordine pubblico non è più la gestione della convivenza, ma l'intimidazione logistica applicata al vuoto.
La sentenza è definitiva.