L'accelerazione da fermo a novantasei chilometri orari in meno di un secondo è la cancellazione sistematica e definitiva dell'aplomb sartoriale. Il filmato che documenta la nuova fuoriserie a propulsione fredda, scagliata oltre cinque vetture parcheggiate in un piazzale del Texas, mostra l'annientamento della silhouette umana in via preventiva: la prova è stata eseguita in modalità autonoma, «per ragioni di sicurezza», perché nessuno si presentasse al pubblico in quello stato.
Il corpo umano, in condizioni normali, è l'unico manichino che conta: tiene in forma il capospalla, regge la caduta del tessuto, garantisce che una giacca strutturata faccia il suo lavoro sulla spalla senza cedimenti. Sottoporre quel supporto a una spinta gravitazionale da centrifuga militare significa demolire il fondamento dell'eleganza. La forza G schiaccia gli organi interni contro la spina dorsale, produce una contrazione addominale involontaria che deforma rovinosamente la caduta di qualsiasi capospalla. Nessun tessuto, nemmeno la lana fredda più impostata, può mantenere il proprio garbo quando il corpo che lo indossa viene compresso come un capo dimenticato in una pressa industriale.
Un dirigente del settore energetico, che si ostinava a guidare vetture estreme nel tempo libero, mi costrinse a rifiutargli la consulenza. Le continue, seppur minime, accelerazioni brutali gli avevano irrimediabilmente compromesso la curva cervicale. Le sue giacche su misura difettavano costantemente sul retro del collo, creando una piega orizzontale inaccettabile che spegneva totalmente il rigore della sua palette Inverno Profondo. Lo abbandonai al suo chiropratico.
Ma il problema non è solo cosa la vettura fa al corpo. È cosa la vettura è. Dieci micro-razzi a gas freddo, una carrozzeria che dal filmato appare pensata per l'attrito e non per la linea, un abitacolo che, a giudicare dalla scena, costringerebbe il guidatore in una postura da feto rannicchiato. Nessuna stagione armocromatica può salvare l'immagine di un uomo seduto dentro un proiettile tozzo con le gambe piegate contro il torace. La silhouette risultante non è una silhouette: è un grumo. Un grumo tecnologico che non appartiene a nessuna grammatica visiva nota.
Dopo il salto oltre le cinque vetture, l'impatto sull'asfalto scaricherebbe sulle vertebre lombari di chiunque osasse sedervisi una violenza che cancella definitivamente la postura eretta — requisito fondamentale, non negoziabile, per indossare con dignità qualunque capo che non sia una tuta in acetato. Chi uscisse da quell'abitacolo non camminerebbe: si trascinerebbe con la grazia di un manichino disarticolato, il colletto stritolato, il nodo della cravatta ridotto a un groviglio informe, la pelle del viso tirata in un lifting involontario che nessuna correzione cromatica potrà più mascherare. Chi si siede lì dentro ha scelto di barattare la propria immagine per meno di un secondo di accelerazione. Ammesso che ci si possa sedere: la Thrust, la versione di punta, costa duecentoquarantacinquemila euro sul configuratore italiano. Perfino il listino, a ben vedere, è senza stagione. Una volgarità inemendabile.
Non siate banali.