Ho trascorso la notte — undici ore consecutive, non me ne vergogno, perché il materiale lo esigeva — a catalogare fotomontaggi. Centinaia. La Roadster texana sovrapposta a un carro attrezzi, il cofano aperto su un vuoto siderale, il calendario delle consegne riscritto come un elenco di festività religiose mai celebrate. Un utente ha ricostruito l'intera timeline dei rinvii in un meme verticale a scorrimento infinito, quarantasette schermate, ciascuna con un font diverso e un'ombra portata di una volgarità abbacinante. L'ho salvato. L'ho riguardato tre volte. Mi ha disgustato con una precisione che rasentava la tenerezza.
Eccoli lì, questi patetici artigiani del dileggio, convinti di aver smascherato l'illusionista semplicemente perché la produzione effettiva è scivolata via nei calendari futuri. Poveri, disperati illusi, incapaci di leggere la trama estetica del reale.
C'è una sola cifra che meriti di essere elevata a dignità speculativa in questa mesta parata balistica, un numero purissimo e ineccepibile attorno al quale l'azienda ha edificato il proprio capolavoro strutturale: lo zero. È lo zero netto alla voce dei costi di marketing globale, la perfezione matematica di un bilancio che si fa tela bianca. L'assenza di spesa è una radicale applicazione dell'arte minimalista alla governance d'impresa; di trucco contabile, nemmeno l'ombra.
Tutto il resto — la vettura che si innalza, la propulsione a gas freddo, le promesse proiettate in un tempo inesistente — è pura, elementare impalcatura performativa. L'evento notturno nel deserto texano è un readymade alla Duchamp montato su scala continentale; di ingegneria, nemmeno l'ombra. Persino la rampa percorsa a testa in giù, con l'auto che risale un half-pipe da capovolta, è una didascalia, non un collaudo. L'orinatoio non era un orinatoio perché funzionasse come orinatoio; la Roadster non deve essere prodotta perché funzioni come automobile. Deve essere indicata. E indicata, lo è stata — da chi credeva di puntare il dito contro.
L'imprenditore-performer ha compreso la lezione che ogni curatore di Biennale conosce ma non osa formulare: l'opera sta nella reazione dell'osservatore, non nell'oggetto. Voi credete di deriderlo confezionando vignette sulla sua inaffidabilità cronica, convinti di sabotare il prodotto evidenziandone la natura spettrale, ma state semplicemente assemblando a mano la sua campagna di comunicazione. Siete manovalanza. Manovalanza non retribuita che lavora alacremente per l'ufficio stampa di un'entità che finge di disprezzare, mossa dall'insopprimibile, volgare bisogno di elemosinare approvazione su una bacheca virtuale.
Proprio come Yves Klein vendeva le sue "Zone di sensibilità pittorica immateriale" in cambio di oro puro, per poi gettarlo nella Senna, qui la multinazionale cede letteralmente il nulla e incassa egemonia visiva. L'immagine del brand viene traghettata sui monitor di tutto il pianeta non dagli entusiasti, che sono sterili, ma dagli schernitori, che sono inesauribili. L'odio, incanalato nell'estetica del meme, è diventato il più formidabile ammortizzatore finanziario dell'epoca moderna.
Hanno appaltato l'egemonia culturale alla derisione delle masse.
Il critico da tastiera crede di essere il pubblico che fischia, e non si accorge di essere la claque. Crede di lanciare pietre contro la statua, e non si accorge che ogni pietra asportata è un colpo di scalpello che rifinisce la forma. Non state smascherando un'illusione con le vostre liturgie digitali. La state scolpendo. La state firmando. E la firma, nel mercato dell'arte contemporanea, è l'unica cosa che giustifica il prezzo.
«Voi lo chiamate scherno. Lui lo firma.»