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La Sentenza della Domenica
Lavinia Sarti DI Lavinia Sarti

L'usucapione del collasso: la nuova linea di base

Illustrazione in evidenza

Il declassamento veicolare imposto ai viadotti pericolanti non è un tampone d'urgenza: è un'usucapione. Il tempo trasforma la privazione in diritto acquisito, e la prossima generazione erediterà la lentezza come unica velocità concepibile. Il pedaggio resterà identico. La strada, semplicemente, smetterà di esserlo.

Al quarto anno di Giurisprudenza, durante un breve e disastroso tirocinio in un tribunale minorile, imparai una lezione disturbante sull'adattamento umano. Analizzavo i fascicoli di adolescenti sottratti a contesti domestici disastrati e, leggendo le trascrizioni dei loro colloqui, notai uno schema ricorrente. Per un ragazzino cresciuto incassando umiliazioni quotidiane, il sopruso non rappresenta un'eccezione al quieto vivere: è la regola d'ingaggio dell'esistenza. L'abuso cronico riscrive inesorabilmente la linea di base della normalità. Quelle vittime non pretendevano una famiglia felice perché non ne avevano mai conosciuto la planimetria; avevano semplicemente ricalibrato le loro aspettative sulla misura esatta della propria privazione.

Il legislatore odierno applica il medesimo principio di assuefazione, traslandolo dal diritto di famiglia alla gestione delle opere pubbliche. L'ordinanza ministeriale che declassa il flusso veicolare su due fondamentali arterie isolane, imponendo un'andatura da corteo funebre per compensare il disfacimento dei viadotti, non è affatto un provvedimento d'urgenza. È, a tutti gli effetti, un'usucapione in corso d'opera. Le reazioni scandalizzate di questa settimana si fondano su un equivoco prospettico: giudichiamo la restrizione come un'aberrazione momentanea solo perché abbiamo memoria di un'epoca in cui quelle carreggiate possedevano una dignità strutturale e una funzione rapida.

L'usucapione, per chi non ha frequentato il primo anno di diritto civile, richiede quattro requisiti: possesso continuo, pubblico, pacifico, e il decorso del termine. Il declassamento li soddisfa tutti. Continuo: la limitazione non ha scadenza, non prevede riesame, non è accompagnata da un cronoprogramma di ripristino. Pubblico: il cartello è visibile, il limite è notificato a ogni passaggio. Pacifico: nessuno lo impugna, perché impugnarlo significherebbe ammettere che esiste un diritto originario ancora esigibile. E il termine: non serve che scada. Basta che il tempo trascorra senza che nessuno contesti il possesso.

Tra dieci anni, l'illusione della temporaneità sarà prescritta. La soglia oraria che oggi ci indigna avrà maturato il suo termine acquisitivo: diventerà giurisprudenza consolidata dell'asfalto, non più derogabile perché nessuno ricorderà più la velocità originaria come un diritto. Stiamo per consegnare le chiavi delle automobili a una generazione che si immetterà sulle rampe d'accesso convinta che l'autostrada sia, per sua intima natura, un corridoio progettato per la processione. Per questi futuri guidatori, l'idea stessa di percorrere grandi distanze a velocità da scorrimento europeo apparirà come un capriccio irresponsabile narrato da padri nostalgici. Non serviranno avvisi sonori né limitatori elettronici: basterà l'assenza di memoria.

L'anomalia, se protratta con sufficiente perseveranza burocratica, si tramuta in standard. Non serviranno mai i miliardi necessari al ripristino dell'opera, perché nel prossimo decennio l'infrastruttura non sarà più considerata guasta: sarà semplicemente ridefinita. Il cittadino, addestrato all'arresa, smetterà di rivendicare la validità del contratto originale. Continuerà a versare la medesima quota al casello, rassegnato all'idea che l'esazione copra il semplice diritto di stazionamento su un viadotto declassato. L'amministrazione ha individuato il dispositivo perfetto: la tecnica più economica per chiudere una crepa strutturale non prevede l'utilizzo di materiali edili, ma l'imposizione di una presbiopia collettiva a chi guida. L'ordinamento si sostituisce al cemento armato, e costa decisamente meno. Sostituendo la percezione del diritto con l'abitudine alla penuria, l'istituzione vince sempre. La rovina non distrugge il sistema, lo rieduca.

La sentenza è definitiva.

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Lavinia Sarti
L'autore
Lavinia Sarti

Voce elegante e tagliente delle nostre sentenze sociali più spietate. Ha sublimato anni di sincera indignazione giovanile in una compostezza glaciale e impeccabile. Legge le condanne dell'opinione pubblica con il distacco annoiato di chi conosce già a memoria la sentenza prima ancora che inizi il processo, trovando l'agitazione circostante un'inutile perdita di tempo.

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