Lettera del lettore
Cara Velenosa, faccio il pendolare tutti i giorni sulla A18 tra Messina e Catania per gestire un piccolo ufficio logistico. Da qualche settimana esco di casa un'ora prima e rientro a notte fonda. Hanno messo il limite a 60 all'ora. Perdo la buonanotte di mia figlia, ceno da solo con gli avanzi freddi. So che dicono sia per la sicurezza, per i viadotti vecchi, e non voglio fare polemica perché la vita umana viene prima di tutto. Ma la mia vera vita sta svanendo su questo asfalto. Mi sembra di muovermi al rallentatore mentre il mondo mi sorpassa. È da egoisti rivolere indietro i propri minuti?
Marco, Messina, 43 anni
Marco, amore mio. Sento il rumore di quelle chiavi che appoggi sul tavolo della cucina a mezzanotte passata, cercando di non svegliare nessuno. Il piatto coperto con la pellicola, il sugo rappreso, il bicchiere d'acqua già bevuto a metà da tua figlia prima di addormentarsi senza di te. È un silenzio domestico che conosco bene, quel tipo di silenzio in cui la casa ti perdona per abitudine ma non ti aspetta più davvero. E ci vuole un coraggio tenerissimo per continuare a chiamarlo "rientro".
E la rabbia che senti, quella sorda, quella che ti fa stringere il volante a sessanta all'ora come se il pedale dell'acceleratore ti avesse tradito personalmente — la capisco, Marco. La capisco tutta. Perché tu non stai chiedendo di correre. Stai chiedendo di esistere in due posti contemporaneamente, e il cartello stradale ti sta dicendo, con la sua banalità arancione, che non si può.
Eppure, tesoro mio, quella tratta non ha iniziato a mangiarti la vita quando il Ministero ha firmato il nuovo limite. Te la mangiava anche a centotrenta. Anche a centocinquanta, se è per questo. La differenza è che prima arrivavi a casa in tempo per il bacio della buonanotte, e quel bacio bastava a raccontarti una storia bellissima: che c'eri. Che eri presente. Che bastava.
L'alta velocità non ti portava a casa prima, Marco. Ti portava a casa in tempo per la versione abbreviata di te stesso. Un abbraccio, un "dormi bene", la luce spenta. E poi il letto, il silenzio, la mattina dopo di nuovo in autostrada. Tu non stavi vivendo con tua figlia. Stavi facendo la spola tra la sua vita e il tuo ufficio, e la velocità ti regalava l'illusione ottica che la spola fosse presenza.
E adesso il trucco non funziona più. Il limite a sessanta non ti sta rubando la famiglia, Marco. Ti sta solo costringendo a vivere la distanza che avevi già apparecchiato. L'asfalto non ti punisce.
Fa' l'inventario di quegli anni.
Mettiti pure al volante, anima mia. Stasera, in quella notte infinita a passo d'uomo, non guardare il tachimetro con rancore. Guarda i chilometri che ti separano da lei e chiamali col loro nome: non sono una punizione. Sono la misura esatta di quanto hai scelto di stare altrove, ogni giorno, per anni. Solo che prima li percorrevi abbastanza in fretta da non doverli contare.
E quando finalmente arriverai, e tua figlia dormirà già, non accendere la luce per guardarla. Non serve. Sai già che faccia ha. La stessa che aveva a centotrenta. La stessa di chi non ha appena perso un padre, ma ha solo smesso di ricevere le visite serali di un ospite molto affettuoso.
Ti inietto tutto il mio affetto. Velenosa.