Il Ministero delle Infrastrutture vi sta legalmente estorcendo denaro alla luce del sole, e voi, con la docilità di chi ha imparato a lubrificarsi da solo, strisciate il bancomat per ringraziarli dell'inculata. I palazzi romani hanno appena ufficializzato che il settanta per cento delle autostrade siciliane A18 e A20 è un cimitero lineare di cemento armato pronto a sbriciolarvi sotto le gomme. La loro geniale mossa tattica, di fronte a un disastro certificato? Non hanno mandato le betoniere. Non hanno chiuso i caselli per manifesta indecenza. Hanno partorito la soluzione più viscida e paracula che la mente statale potesse concepire: imporvi di guidare a sessanta all'ora, facendovi pagare la tariffa autostradale fino all'ultimo fottuto centesimo.
Questa truffa contrattuale va letta con la freddezza di un contabile sociopatico, perché è l'unico modo per non finire a mordere il monitor. Voi vi avvicinate alla sbarra, ritirate il biglietto e state letteralmente firmando un contratto d'affitto per calpestare una scena del crimine. Lo Stato ha appena ammesso che i suoi viadotti hanno i ferri esposti come tibie fratturate e le gallerie cadono a pezzi. Sa che la struttura è marcia. Eppure vi chiede il pizzo pieno per farvi attraversare le sue macerie. È come se un magnaccia vi facesse pagare la tariffa intera per una scopata in una camera senza riscaldamento, con il soffitto che perde calcinacci sul letto, e poi vi dicesse: "Il freddo è una misura di sicurezza, tesoro. Ti protegge dalle malattie veneree." Vi stanno vendendo la vostra stessa lentezza forzata e ve la mettono in conto spacciandola per protezione civile.
Non vi stanno tutelando un cazzo. Questo limite da triciclo non serve a proteggere la vostra scatola cranica, serve a blindare il loro fondoschiena legale. Se andate a sessantuno all'ora e un pilone cede inghiottendo la vostra utilitaria nel vuoto, la colpa non sarà della manutenzione assente da settant'anni. Sarà vostra. Eravate dei pirati della strada, dei fuorilegge del tachimetro. Vi fanno pagare il pedaggio per finanziare l'acquisto del loro stesso alibi in tribunale. Pagate a peso d'oro il diritto di diventare i colpevoli della vostra eventuale morte. Hobbes scriveva che lo Stato nasce per garantirvi la sopravvivenza in cambio della libertà. Qui lo Stato vi garantisce la sopravvivenza in cambio della libertà e dei soldi, e se morite è perché non avete letto bene le note a piè di pagina del contratto sociale. Il Leviatano ha l'alito che puzza di casello autostradale e vi chiede pure il resto.
Il vero crimine accessorio, però, è compiuto dalla stampa, che dovrebbe essere il cane da guardia e invece fa il cane da salotto con il guinzaglio corto. Leggete i titoloni: "allarme sicurezza", "scontro Ministero-Consorzio", "ultimatum ignorato". Una narrazione sterilizzata, da bando prefettizio redatto da eunuchi. Nessun titolista ha avuto le palle di scrivere quello che è: circonvenzione d'incapace di massa. Vi propinano tre colonne di rimpalli tra TAR e assessorati regionali, vi anestetizzano con la giurisprudenza, perché chiamare le cose col loro nome significherebbe ammettere che il lettore medio è un ostaggio consenziente che si paga il riscatto da solo. Il giornalista che scrive "il Ministero impone il limite" invece di "il Ministero vi vende la vostra paura a prezzo pieno" non sta informando: sta facendo da usciere al palazzo, tenendovi aperta la porta della gabbia con un inchino.
Sei anni fa portai mia figlia, che all'epoca era uno scricciolo di quattro anni ignaro del marciume del mondo, a un luna park sgangherato in un parcheggio sterrato. Saliamo su una giostrina, il classico brucomela scolorito. Il giostraio, un tizio con un tatuaggio sbiadito sul collo, mi scuce cinque euro. Preme un bottone, il vagone fa uno scatto idraulico, raschia un binario incrostato di ruggine e si pianta dopo tre metri, emettendo puzza di bruciato. Rimaniamo bloccati lassù per mezza giornata, sotto un sole che spaccava le pietre. Quando finalmente i pompieri ci scaraventano a terra, vado dal tizio a pretendere indietro la mia banconota. Lui mi fissa, si accende una mezza sigaretta e mi risponde: "Amico, tu hai pagato l'ingresso alla giostra, non la velocità della corsa. L'ho fermata per la vostra incolumità." Il manuale dell'eroe borghese esigerebbe che io gli abbia tirato una testata sul setto nasale per puro senso di giustizia, per difendere il principio sacrosanto del consumatore. Una balla. Gliela tirai perché mia figlia mi stava guardando e io avevo bisogno che vedesse suo padre come uno che non si fa fregare. Non era indignazione. Era vanità paterna travestita da coscienza civica. L'avvocato mi è costato tre mesi di stipendio, e la sera a casa l'ex compagna mi disse che ero un irresponsabile. Aveva ragione. Ma quel suono di cartilagine rotta me lo tengo stretto, perché è l'unica volta in cui ho smesso di scrivere e ho iniziato a mordere davvero.
Oggi, l'ente concessionario fa esattamente la figura di quel giostraio bastardo, solo che indossa la cravatta, ha il monopolio dell'asfalto e la faccia di bronzo di chiamarla "infrastruttura strategica". Il paradosso disgustoso in cui stiamo annegando è che il cedimento strutturale non comporta mai uno sconto. Il sistema non vi nega semplicemente il diritto di viaggiare; vi addestra a finanziare la vostra stessa degradazione. Vi riprogramma per farvi accettare l'idea che sopravvivere a un tragitto sia un privilegio di lusso che giustifica l'obolo. L'incolumità è diventata un accessorio premium su una strada che ha rinunciato a essere strada, e voi continuate a pagare l'abbonamento mensile al vostro becchino.
Io ho morso. A voi il veleno.