Stasera il gobbo mi chiede di leggere due notizie come se fossero una. Centocinquanta parole al minuto, la velocità di crociera che l'azienda paga per mantenere costante, qualunque cosa scorra sul monitor. Due notizie, un solo fiato. Il fatto è che la prima punta verso l'alto e la seconda sprofonda verso il basso, e io sono il perno fisso in mezzo, quello che deve impedire alle due direzioni di strapparsi a vicenda davanti a chi guarda.
La prima parte del dispaccio porta il timbro trionfale del dicastero delle Infrastrutture. Riguarda il maestoso attraversamento stabile dello Stretto. Devo far rotolare sulla lingua, con dizione inappuntabile, termini levigati e altisonanti: "campata unica", "record mondiale", "volàno di sviluppo". È un lessico progettato per uno scopo fisico molto preciso: costringere lo sguardo ad alzarsi. Il linguaggio istituzionale, in questi casi, funziona esattamente come un faro contraereo. Fende il buio, proietta rendering abbaglianti di cavi d'acciaio sospesi nel cielo terso, e ipnotizza chiunque stia guardando.
Poi, separata solo da una misera locuzione di raccordo lampeggiante sul monitor, arriva la seconda metà della notizia. Lo stesso dicastero, le stesse firme in calce, ma questa volta applicate all'asfalto che dovrebbe condurre fisicamente a quell'opera titanica. Settanta per cento della rete autostradale siciliana a rischio strutturale. Ferri corrosi che sporgono dal cemento sbriciolato come ossa esposte su una radiografia impietosa, viadotti mai curati da più di mezzo secolo. E la risposta del governo allo scadere dell'ennesimo ultimatum non è l'invio massiccio di ruspe, ma la stesura di un'ordinanza. Sessanta chilometri orari di limite massimo di velocità sulla A18 e sulla A20.
Il palinsesto esige che il ponte del futuro e il viadotto che crolla coesistano nello stesso minuto di trasmissione. Il testo scorre, e io scorro con lui. "Campata unica", centocinquanta parole al minuto. "Rischio strutturale", centocinquanta parole al minuto. "Record mondiale". "Sessanta chilometri orari". Stessa velocità, stessa intonazione, stesso intervallo di respiro tra una frase e la successiva. Il rendering brilla lassù, il viadotto si sbriciola quaggiù, e in mezzo c'è solo la mia dizione che tiene insieme le due quote altimetriche come un collante a presa rapida. Più il faro contraereo acceca verso l'alto, più il buio sulle macerie si fa denso. Nessuno dei due esiste senza l'altro: il rendering ha bisogno della voragine per sembrare necessario, e la voragine ha bisogno del rendering per sembrare un dettaglio transitorio. Io sono la voce che li tiene in fila senza farli urtare.
Il tally luminoso della telecamera tre diventa rosso. È il momento esatto in cui l'aria dovrebbe entrare nei polmoni per sostenere la prima frase dell'apertura. Guardo il monitor di servizio, vedo la campata illuminata e l'asfalto marcio cuciti dalla stessa sintassi. E lì, un istante prima di attivare la voce, l'aria esce anziché entrare. Un sospiro minimo, calibrato, invisibile ai misuratori d'ascolto. L'unico attrito che mi è concesso prima di diventare complice. Poi il semaforo scatta, la laringe si aggancia al ritmo pattuito, e io comincio a costruire il ponte, sillaba dopo sillaba, dritto sopra le macerie.
E con questo... è tutto.