Esiste un'anomalia contabile che, in vent'anni di bilanci pubblici, non mi era ancora capitato di osservare con tale purezza: una holding governativa che emette fattura di danno a se stessa e poi contesta la fattura in tribunale. Il 3 ottobre è scaduto l'ultimatum del Ministero delle Infrastrutture rivolto al Consorzio Autostrade Siciliane. L'oggetto del contendere è noto agli ispettori: una rete autostradale su cui non si interviene strutturalmente dai tempi in cui il debito pubblico italiano era ancora una frazione trascurabile del PIL.
La direttiva ministeriale, nel tentativo di mitigare l'esposizione giuridica dell'esecutivo, ha imposto un declassamento cinetico a 60 chilometri orari. Il Consorzio ha risposto con l'unico strumento che non richiede cemento, manodopera né collaudo: un ricorso al TAR. Il limite di velocità viene derubricato a mera "possibilità tecnica", e si minaccia il contenzioso per tutelare le proprie "prerogative".
Isoliamo la voce di costo.
Seicentocinquanta virgola zero zero. È l'importo in euro del contributo unificato necessario per depositare un ricorso ordinario al Tribunale Amministrativo Regionale. Con un esborso di seicentocinquanta euro, un ente controllato dallo Stato può neutralizzare, ritardare o scaricare su un altro ramo dello Stato la responsabilità per il cedimento strutturale di viadotti lunghi chilometri. Dal punto di vista del mero calcolo del ritorno sull'investimento, si tratta della più brillante allocazione di capitale della storia amministrativa recente. Un cantiere costa milioni in uscite di cassa certe. Una notifica costa seicentocinquanta euro e produce lo stesso effetto politico: nessuno è responsabile, il capex può attendere il prossimo esercizio.
Qui il paradosso si fa tecnicamente interessante. La capogruppo diffida la propria controllata. La controllata impugna la diffida davanti a un giudice amministrativo che è, anch'esso, un'articolazione dello Stato. Il creditore e il debitore coincidono. In qualsiasi bilancio aziendale, una partita in cui il soggetto A fattura al soggetto A e il soggetto A contesta la fattura del soggetto A verrebbe stornata in trenta secondi e il responsabile della registrazione deferito al collegio sindacale. Qui, invece, la registrazione resta aperta. Anzi, si alimenta: ogni notifica, ogni memoria difensiva, ogni udienza di rinvio è una riga in più nel libro giornale della non-manutenzione.
Assistiamo a una partita a scacchi giocata interamente nella colonna delle passività. Lo Stato centrale e le sue emanazioni periferiche stanno cartolarizzando l'obsolescenza. Nessuno vuole iscrivere a bilancio la svalutazione definitiva del cespite infrastrutturale, dunque si preferisce produrre giurisprudenza. La "prerogativa" che il Consorzio difende non è il diritto di gestire una strada, ma il diritto inalienabile di mantenere il rischio fuori dal proprio perimetro contabile.
In altri contesti europei — osservando i modelli di governance olandesi o della Bassa Sassonia — un conflitto di competenza su un asset critico deperibile si risolverebbe con la liquidazione coatta dell'ente inadempiente e il sequestro cautelare dei conti correnti. L'inefficienza verrebbe punita spietatamente dal mercato istituzionale.
Qui, invece, il contenzioso diventa un sostituto sintetico della manutenzione. Il cemento armato è un asset soggetto a rapido deprezzamento metrico, genera costi vivi e richiede flussi di cassa costanti. Una disputa legale, al contrario, congela lo stato di fatto. Permette alle amministrazioni di scambiarsi notifiche formali mentre l'infrastruttura si sgretola, garantendo a tutti i dirigenti coinvolti un'impeccabile immunità documentale quando le procure cercheranno di individuare il centro di costo responsabile. Hanno ottimizzato il processo di decadimento.
Un cedimento strutturale, ma contabilmente ineccepibile.