Immaginate di vivere al piano terra di un condominio in cui le fognature hanno improvvisamente ceduto. Le pareti sudano liquami scuri, l'odore acido di decomposizione vi entra nelle narici mentre cercate di buttare giù un caffè macchiato, e dal soffitto piovono blatte grosse come accendini. Vi cola il marrone sulle ciabatte, vi si infiltra tra le dita dei piedi, e voi state lì, in mutande, a chiedervi se è il caso di finire il caffè prima di scappare. I vostri vicini di casa, gente dotata di un istinto di conservazione basilare, stanno facendo le valigie alla velocità della luce. Scappano dai balconi, sfondano i portoni, caricano le station wagon nel cuore della notte e se ne vanno per sempre. Di fronte a questo esodo biblico, il rappresentante di scala — un tizio con la cravatta lucida e un blocco notes in finta pelle — convoca un'assemblea straordinaria. Non chiama lo spurgo. Non porta il costruttore in tribunale. No. Si schiarisce la gola, guarda i tre disperati rimasti con l'acqua fecale alle caviglie e dice: "Serve il coraggio di investire su chi resta".
È esattamente questa l'oscena e raccapricciante fotografia scattata da Pierino Di Silverio, segretario nazionale dell'Anaao, davanti all'annientamento clinico del Servizio Sanitario Nazionale.
I dati freschi di stampa sono un referto autoptico inequivocabile: nel 2025 abbiamo avuto 3.767 dimissioni volontarie contro 2.876 pensionamenti. Un fottutissimo aumento del 150% di uscite spontanee in dodici mesi, considerando che nel 2024 ci eravamo fermati a 1.503. Il bilancio annuale è un tritacarne contabile: nell'ultimo anno, a fronte di ogni cento nuovi medici entrati con un contratto a tempo indeterminato, si sono registrate quarantatré dimissioni sulla porta d'uscita. Eppure, davanti a questa emorragia arteriosa irrefrenabile, il sindacato non sbrocca. Non minaccia di spegnere il Paese. Non esige che si ricostruiscano dalle fondamenta le condizioni per rendere un ospedale un posto in cui la gente voglia lavorare. Sceglie la via del patteggiamento al ribasso: l'elemosina istituzionale per chi non è riuscito a scappare.
Questa dichiarazione — "investire su chi resta" — è la sublimazione chimica della sindrome da sottomissione. È l'equivalente sindacale di una Sindrome di Stoccolma monetizzata: accetti che il padrone ti devasti la salute mentale, ma gli chiedi umilmente che ti venga accreditato un bonus fedeltà per il disturbo di farti mutilare i ritmi circadiani in silenzio. È la dialettica servo-padrone di Hegel applicata ai turni massacranti: il servo non si emancipa ribaltando il tavolo, chiede uno sconto sulle catene. È il marito picchiato che, invece di chiamare la polizia, compila un modulo per il rimborso delle ecchimosi e ringrazia per la tempestività del livido. Trasformare una diserzione di massa in un'opportunità per lucrare qualche spicciolo in busta paga ai sopravvissuti è la mossa geniale di chi ha smesso di lottare per la civiltà e ha iniziato a negoziare il prezzo del collare.
Perché, parliamoci in modo brutale: cosa significa davvero "investire su chi resta"? Significa certificare che la normalità sia il disastro. Significa istituzionalizzare la trincea. Non stai chiedendo al potere di fermare l'artiglieria, stai chiedendo ai generali di rimborsare il costo delle bende a chi ha accettato di farsi mutilare per coprire i turni scoperti.
Io questa dinamica malata la conosco alla perfezione, mi scorre sotto la pelle da quando ho iniziato a vivere in affitto. Mi sposto ogni paio d'anni, non compro mai casa, perché ho imparato a mie spese che la proprietà fissa è il primo bersaglio immobile che i nemici che ti fai scrivendo colpiscono quando vogliono mandarti un segnale. Anni fa abitavo in un palazzone di una periferia sventrata, roba da farsi il segno della croce prima di aprire il portone. A novembre saltò l'impianto di riscaldamento. A gennaio, la muffa nera aveva mangiato l'intonaco fino ai battiscopa. Tutti gli inquilini sani di mente stracciarono il contratto e scapparono. Io rimasi. E qui dovrei raccontarvi che fu per spirito di resistenza, per non darla vinta al padrone, per qualche nobile principio di classe. La verità è più squallida: al quarto piano c'era una farmacista divorziata con le caviglie grosse e una collezione di vinili di Dalla, e io mi ero convinto che il freddo condiviso fosse un afrodisiaco. Rimasi per scoparmela. Non ci riuscii. Mi beccai una bronchite e lei si trasferì a Bergamo a febbraio. Un giorno andai dal padrone di casa col sangue agli occhi, pronto a fargli sputare l'anima e chiamare l'ufficio d'igiene. Ma il vicino del terzo piano mi anticipò nel cortile. Si tolse il cappello, piegò la schiena e sussurrò: "Capo, visto che siamo rimasti solo noi, ci farebbe uno sconticino di qualche euro sulle spese di pulizia scale?".
Il padrone di casa lo guardò, gli fece un sorriso a trentadue denti, gli accordò lo sconto e non aggiustò mai più la caldaia. E perché diavolo avrebbe dovuto farlo? Aveva appena comprato la nostra assiderazione e il nostro silenzio al prezzo di due briciole istituzionali.
È questo l'effetto tossico del "premio di fedeltà". Il sistema non premia la cura, premia la sopportazione. Il sindacato, invece di puntare il coltello alla gola del Ministero urlando "o rendete gli ospedali posti umani o ci ritiriamo tutti in blocco", preferisce fare la cresta sull'apocalisse. Vi vendono la retorica mielosa del medico eroe che non abbandona la nave, mentre in realtà stanno solo chiudendo l'affare sul prezzo della vostra rassegnazione.
E i chierichetti della ZTL, i progressisti da salotto? Quelli che su Instagram condividono il reel dell'infermiera che piange nel corridoio con la didascalia "Grazie a chi resiste" e il cuoricino bianco? Sono la controparte speculare del sindacato: non vogliono che il sistema cambi, vogliono che il martirio sia esteticamente soddisfacente. Il loro cordoglio digitale è una scopata non consumata, un'erezione di puro narcisismo etico che si esaurisce nel tempo di un doppio tap. Non gliene frega niente del medico. Gliene frega della propria lacrima riflessa nello schermo.
E qui mi fermo, perché sto per cascare nel mio stesso trucco. Terzo pezzo di fila che chiudo prendendomela con l'algoritmo, con Meta, con la corteccia prefrontale lobotomizzata. Lo so che funziona. Lo so che vi aspettate il paragrafo in cui vi dico che siete delle pecore digitali che mettono like dal cesso. Ma se lo scrivo ancora una volta con le stesse parole, divento io il rappresentante che vi chiede l'obolo mentre il tetto cede. Quindi ve lo dico in modo diverso: l'algoritmo non è il problema. L'algoritmo è il padrone di casa che vi ha già venduto la caldaia rotta e ora vi guarda sbirciando dalle tapparelle mentre litigate per tre euro di spese condominiali. Il problema siete voi che continuate a pagare.
La verità terminale di questo circo è che il collasso definitivo del servizio pubblico non avverrà per un'esplosione incontrollata, ma lentamente, per asfissia, con la benedizione dei suoi stessi rappresentanti. Finché ci sarà un'organizzazione pronta a monetizzare la disperazione e a chiedere una gratifica per chi respira veleno, le istituzioni non avranno alcun incentivo a spegnere l'incendio. Il declino perfetto e inesorabile è quello in cui la vittima ti chiede gentilmente di essere pagata a cottimo per la propria agonia, sentendosi pure furba per averci guadagnato cento euro lordi prima di tirare le cuoia.
Io ho morso. A voi il veleno.