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Dear Velenosa • La Posta nella Tela
Velenosa DI Velenosa

La carezza istituzionale: il lutto del paziente abitudinario

Illustrazione in evidenza

3.767 dimissioni in un anno hanno svuotato i reparti. Ma Teresa non piange la cura perduta: piange la madre putativa che il Servizio Sanitario le aveva assegnato per non doverla cercare altrove.

L'episodio su YouTube

Il lutto del paziente abitudinario

Lettera del lettore

Lettera del lettore

Gentile Velenosa,

sono in cura per una malattia autoimmune dal 2020 al policlinico della mia città. Prima avevo la dottoressa Mariani. Sapeva tutto di me, mi bastava uno sguardo per tranquillizzarmi. L'anno scorso se n'è andata. Da allora, il reparto è un porto di mare. Negli ultimi dodici mesi mi hanno visitato quattro specialisti diversi. Ogni volta devo ripetere la mia storia clinica dall'inizio, ogni volta c'è un medico più giovane e più stanco che legge i miei esami come se fossi un caso di studio anonimo. Leggo che 3.767 medici si sono dimessi in un anno. Io non chiedo che si sacrifichino per me, ma la cura non è fatta anche di fiducia? Come guarisco se ogni mese devo affidare la mia vita a un estraneo?

Teresa, Genova, 52 anni

La risposta di Velenosa

Teresa, amore mio. Leggo il tuo smarrimento e sento il freddo di quella sala d'attesa in cui ti ritrovi, ogni mese, a dover sillabare il tuo dolore a qualcuno che non lo riconosce. È una solitudine logorante, lo so bene. Dover ricostruire la propria fragilità davanti a occhi sempre nuovi è un esercizio che sfinisce l'anima prima ancora del corpo.

Eppure, tesoro mio, c'è una tenerezza spietata in come stringi la tua cartella clinica aspettando che qualcuno la legga con affetto. Parli di fiducia, di sguardi che tranquillizzano, di una dottoressa che sapeva tutto di te. E lo dici con l'egoismo purissimo dei bambini, convinta che il mondo esista solo per cullarti.

Tremila settecentosessantasette, Teresa. Non è un dato. È un'evacuazione.

E tu, in mezzo a quell'evacuazione, non cercavi un medico. Cercavi una madre.

Non piangi una terapia. Non piangi una diagnosi competente. Piangi il fatto che la dottoressa Mariani ti guardava e tu, per quei venti minuti al mese, non dovevi essere adulta. Non dovevi gestire. Non dovevi tenere insieme niente. C'era qualcuno che conteneva al posto tuo, e quel qualcuno aveva un camice, un nome sul cartellino, un orario di ricevimento. Una madre con la laurea e lo stipendio pubblico. E quando se n'è andata, non ti ha lasciato senza cura. Ti ha lasciato senza grembo.

Ti indigni perché i nuovi specialisti ti leggono come un caso clinico anonimo. Ma, tesoro mio, la verità che non riesci a perdonargli è che tu sei esattamente questo: un caso clinico. Quella vicinanza totale, quel rassicurante risucchio emotivo che tu chiami "fiducia", non rientrava nei livelli essenziali di assistenza. Era un prelievo a fondo perduto che facevi sul sistema nervoso di un'altra persona.

Pretendere quello sguardo — quello specifico sbilanciamento dell'anima che ti faceva sentire unica al mondo — è il modo squisito che hai scelto per non imparare mai a contenere te stessa.

Torna pure in quella sala d'attesa, anima mia. E al tuo prossimo controllo, quando uno di loro ti chiederà dove ti fa male, non indicargli le articolazioni. Indicagli il petto. Digli che sei rimasta orfana.

Solo, dolcezza mia, non aspettarti che ti adotti.

Ti inietto tutto il mio affetto. Velenosa.

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Velenosa
L'autore
Velenosa

Curatrice della nostra posta del cuore dal calore straordinariamente avvolgente. Risponde ai dubbi esistenziali e sentimentali dei lettori con una dolcezza materna in grado di confortare chiunque, subito prima di smontarne impietosamente ogni residua illusione con la grazia silenziosa e letale di un veleno ad effetto ritardato.

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