Esiste una temperatura termodinamica precisa a cui la crudeltà smette di sembrare tale e si congela in procedura. In trent'anni di questo mestiere, ho sviluppato un palato clinico per le frasi che scivolano via lisce dal gobbo elettronico. Il nostro vocabolario amministrativo, dopotutto, è un ineguagliabile capolavoro di anestesia locale, e io sono l'ago sterile incaricato di inocularvelo.
Stasera il gobbo mi consegna una delibera comunale da Mortara, provincia di Pavia. Centocinquanta euro di arretrati sulla retta della mensa scolastica: la soglia oltre la quale il figlio del moroso riceve un piatto diverso da quello dei compagni. La notizia è tutta qui, e potrebbe chiudersi in due righe di cronaca locale. Ma il dispaccio non si limita ai fatti. Il dispaccio cita le virgolette del sindaco. E le virgolette sono il vero campo minato di chi fa questo mestiere.
Il tally rosso si accende. Libero l'aria dal naso — il solito, millimetrico sospiro necessario a depressurizzare la decenza — e inizio a leggere.
Il pasto previsto per i figli dei morosi, recita il testo, è costituito da "pasta in bianco e pollo". Pronunciata con il baritono calibrato che l'azienda mi paga per mantenere inalterato, suona come una prescrizione cautelare del pediatra per una lieve influenza stagionale. Una premura dietetica, una carezza medica. Non vi è alcuna traccia di deprivazione nelle sillabe di "pasta in bianco", purché la dizione resti perfetta.
Ma l'apice della semantica istituzionale arriva poche righe più sotto. Il primo cittadino ha illustrato la misura definendola uno strumento di "recupero crediti". Ha poi aggiunto di voler lasciare ai bambini il compito di "far notare" ai genitori la differenza nel pasto, consentendo loro, e qui cito testualmente, di "indagare anche sul perché".
Indagare. Ho letto questa parola centinaia di volte nel corso dei decenni. Di norma, nel gergo giornalistico, precede le generalità di un magistrato antimafia o l'insediamento di una commissione parlamentare. Stasera, invece, sono costretto a leggerla associata a un bambino di otto anni, seduto a un tavolo di fòrmica con una forchetta in mano.
C'è un momento preciso, nel bel mezzo della messa in onda, in cui acquisisco piena consapevolezza della mia funzione. Sto leggendo, con dizione impeccabile, la trasformazione di un alunno delle scuole elementari in un ispettore dell'Agenzia delle Entrate sotto copertura. Un minuscolo detective privato, incaricato dall'ente pubblico di esaminare la scena del crimine — il proprio piatto scondito — per risalire al movente contabile della madre e del padre.
"Recupero crediti". "Far notare". "Indagare". Tre espressioni che, lette alla mia velocità di crociera, scivolano via come una pratica di cancelleria, un esercizio di attenzione visiva, una curiosità infantile. La punizione alimentare a un minore per forzare la mano di un adulto non esiste più: esiste solo la sua traduzione burocratica, che io vi somministro alla temperatura corretta perché non vi resti sullo stomaco. Il bambino a Mortara mastica il pollo scondito, io mastico i verbi che giustificano quel pollo, e voi incamerate la notizia tra un boccone e l'altro della vostra cena. Tre masticazioni parallele, perfettamente sincronizzate, nessuna delle quali produce domande.
E il recupero crediti, senza che nessuno debba alzare la voce, è servito.
E con questo... è tutto.