Mio padre, pretore in una provincia dove la memoria è più lunga della vita, aveva un’ossessione per il casellario giudiziario. Non per il documento, ma per la sua natura di tatuaggio burocratico. A tavola ripeteva che una multa si paga, ma l’etichetta di colpevole cammina per le piazze molto prima dell'imputato. In provincia, mi ha insegnato, il vero ergastolo non lo commina il giudice, lo irroga la geografia: è il marchio d’infamia topografico, la memoria di ferro della comunità che non prevede la libertà condizionale.
Questa settimana, l’amministrazione di Mortara ha deciso di iscrivere d'ufficio l’intera cittadina in questo registro, condannandosi a un marchio che nessuna variazione di bilancio potrà mai cancellare. Il dispositivo è noto: ai figli delle famiglie morose per oltre centocinquanta euro viene notificato un menù differenziato. Pasta in bianco e pollo. Non è una sanzione educativa, è un codice a barre visivo, concepito affinché il minore, rilevando la sperequazione, notifichi l'insolvenza all'interno delle mura di casa.
Non mi interessa il trauma del minore, che dimenticherà il sapore del pollo lesso entro la ricreazione. Mi interessa la precisione del danno. Ciò che è imperdonabile, la vera fattispecie di questa istruttoria, è il dolo di un’istituzione che ha espropriato il capitale reputazionale di una comunità per un credito di spiccioli.
L'errore, come sempre accade quando il dibattito è inquinato dal sentimentalismo, è fermarsi al perimetro del vassoio. Mortara non è più un puntino sulla mappa della Lomellina. Da oggi, nei registri semantici della rete, Mortara è esclusivamente "il capoluogo del pollo lesso a garanzia del credito". Hanno barattato l’identità di sedicimila abitanti per il recupero teorico di una cifra che non coprirebbe nemmeno le spese vive di una formale messa in mora. L'insolvenza di una manciata di nuclei familiari è bastata a ipotecare la dignità pubblica dell'intera anagrafe cittadina.
Il diritto penale prevede l'istituto della riabilitazione, l'indicizzazione algoritmica no. L'amministrazione, credendo di varare un'astuta manovra di rientro, ha di fatto notificato un pignoramento d'immagine a carico di tutti i suoi residenti. Hanno trasformato una morosità privata di centocinquanta euro in una condanna pubblica, collettiva e permanente. Nessun tribunale tollererebbe una simile sproporzione tra l'illecito e la sanzione, ma in municipio l'hanno votata all'unanimità, dimostrando la letale miopia di chi scambia l'esercizio del potere con il sadismo contabile.
Per costringere qualche famiglia negligente a saldare una bolletta, il Comune ha acceso un mutuo reputazionale a tassi d'usura, addebitandone le rate all'intero codice di avviamento postale. Il sindaco terminerà il suo mandato, i centocinquanta euro verranno forse stralciati, ma il marchio resterà incollato al cartello di benvenuto, a perenne memoria di un'amministrazione che ha sequestrato l'identità di una città per la pavidità di non saper guardare negli occhi un debitore adulto. La sentenza è definitiva.