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Le cose stanno così • L'Opinione
Contessa Lucrezia Sforza-Sbadigli DI Contessa Lucrezia Sforza-Sbadigli

Il cattivo gusto delle frazioni nei giorni di gran ricevimento

Illustrazione in evidenza

1.600 dipendenti in sciopero in diciassette negozi nel giorno del nuovo telefono. Più che una vertenza sindacale, un errore di proporzioni: presidiare il picco dell'anno con contratti a termine è una comodità contabile.

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L'avarizia aritmetica aziendale

A volte cerco sinceramente di capire il mondo in cui viviamo, ma trovo che le proporzioni siano irrimediabilmente saltate. Non ho mai avuto molta confidenza con i numeri in sé — a casa mia si è sempre ritenuto che fare i conti di persona fosse un passatempo borghese, essendoci il ragioniere stipendiato apposta per sudare sulle addizioni. Eppure, riconosco un'asimmetria geometrica quando me la trovo davanti.

Ho appreso di recente, sfogliando con un certo languore un quotidiano lasciato sbadatamente in veranda da Ubaldo, di un'agitazione alquanto rumorosa in diciassette negozi di telefonia. Pare che una schiera sgraziata di milleseicento dipendenti abbia deciso di astenersi dal lavoro, incrociando le braccia nel giorno esatto in cui veniva messo in vendita un nuovo, immagino indispensabile, apparecchio.

I sindacati — credo si chiamino ancora così questi gruppi preposti a organizzare il malumore collettivo — parlano di percentuali e altre volgarità statistiche. Le lamentele, al netto delle solite grida, riguardano organici esigui e il ricorso esasperante a quelli che chiamano "contratti a termine". Una dicitura, quest'ultima, che mi trasmette un vago senso di instabilità genetica, come quegli ospiti che si presentano al tè del pomeriggio tenendo già il cappotto in mano. Ecco, il precariato è questo: l'incapacità di finire le frasi, e soprattutto di restare a cena.

Ubaldo, che di queste faccende sfoglia persino le note a piè di pagina, mi assicura che la legge lascia rinnovare simili contratti senza esibire alcuna ragione fino a dodici mesi. I sindacati, dal canto loro, lamentano rinnovi che arrivano ormai a quasi sette. Dunque tutto in perfetta regola: il precariato, nel caso, non è una scorrettezza, è una comodità concessa dal codice, e nessuno può farne una colpa a chi la usa con tanta disinvoltura.

Ora, non serve certo esaminare scartoffie e bilanci aziendali per cogliere l'essenza della questione. È una questione di pura, elementare proporzione. Se tu sai, con mesi di anticipo, che in una determinata data i tuoi salotti di vendita verranno presi d'assalto dalla folla, la logica formale imporrebbe di circondarsi di una servitù... pardon, di un organico stabile e numeroso, adeguatamente consolidato. Non per solidarietà, sia chiaro. Ma perché la giornata di massimo afflusso vale, in proporzione, molto più del costo di qualche assunzione stabile in più. Invece questi mercanti hanno deciso di presidiare diciassette negozi con contratti a termine, e di risparmiare proprio nel giorno in cui il risparmio rende meno. Hanno scambiato il decoro per una voce di costo variabile. Trovo che non ci sia nulla di più gretto del voler far quadrare i conti sacrificando l'armonia del passeggio pomeridiano. È come ingaggiare un quartetto d'archi dilettante per il ballo di fine estate pur di stringere i cordoni della borsa: il risultato è una stonatura che imbarazza chi ascolta.

Una dinamica che, pur nel suo abisso sociale, non mi è del tutto aliena. Ricordo con estenuante nitidezza quando, durante la ristrutturazione della nostra villa in Maremma, l'architetto ci propose di affittare dei ponteggi pericolanti e assumere operai a giornata per il restauro degli affreschi nel salone est. La sua tesi era che il lavoro sarebbe durato poco, e che un'impresa strutturata sarebbe costata troppo in proporzione al tempo richiesto. Accettai distrattamente. Poi uno dei manovali, visibilmente sfinito dai ritmi affrettati, lasciò cadere un secchio di malta sul parquet intarsiato del Settecento. Il risparmio sui ponteggi si rivelò una minuzia ridicola rispetto allo spavento estetico. Un'esperienza spossante che ancora mi fa venire le palpitazioni. Il problema è che il parquet non è il loro ma il mio.

Tuttavia, questa gente preferisce evidentemente convivere con lo scompiglio di uno sciopero piuttosto che rinunciare alla comoda geometria contabile. E così ci ritroviamo con persone stanche e un conflitto del tutto evitabile che perturba l'ora dell'aperitivo.

Che noia questa povertà, rovina sempre il paesaggio.

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Contessa Lucrezia Sforza-Sbadigli
L'autore
Contessa Lucrezia Sforza-Sbadigli

Nobile ereditiera, filantropa nei ritagli di tempo e custode del decoro visivo cittadino. La Contessa non nutre pregiudizi verso le classi meno abbienti, si limita semplicemente a dimenticarne l'esistenza. Considera la povertà e il disagio sociale non tanto come problemi etici, quanto come fastidiose imperfezioni estetiche che disturbano la visuale dal suo attico storico.

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