Nei server sotterranei di questo polo radiotelevisivo riposano, per difetto, undicimila ore del mio volto. Sono custodite prima su supporti magnetici, e in svariati cluster crittografati poi, a una rassicurante temperatura costante di diciannove gradi. Costituiscono un inventario spietato e minuzioso del mio invecchiamento cellulare, una catalogazione clinica del mio decadimento fisico perfettamente sincronizzata con i disastri geopolitici e le tragedie nazionali degli ultimi tre decenni. Dal 2001, ogni singola sera alle venti in punto, la spia cremisi del braccio meccanico di fronte alla mia scrivania si accende, innescando la trasformazione della mia biologia in un puro segnale di rete. Conosco fin nel midollo cosa significhi abitare un ecosistema in cui un sensore ottico valuta, istante per istante, la tua aderenza a una specifica, rigida performance di normalità.
Stasera il palinsesto esige che io annunci a milioni di italiani la progressiva democratizzazione di questa mia patologia professionale. Devo leggere un blocco sulle nuove lenti intelligenti sviluppate in California. A New York la polizia ha ordinato ispezioni per requisirle in quanto minaccia alla sicurezza; a Oslo, le direzioni scolastiche le hanno appena espulse dai corridoi per proteggere la minorità degli studenti. I dispacci d'agenzia che scorrono sul monitor a specchio parlano fittamente di "deriva orwelliana" e di "fine incombente della sfera privata". Il gobbo pretende che io restituisca queste formule con la medesima, levigata inflessione che userei per riassumere i tassi di interesse dei prestiti interbancari.
Il dibattito pubblico si accanisce sull'estrazione dei dati e sui server aziendali. Ma il vero orrore di questa tecnologia non è nei server: è nella postura. È un orrore che conosco, perché me lo hanno cucito addosso punto per punto in venticinque anni di diretta. Chi acquista quelle montature è genuinamente convinto di essersi regalato l'onnipotenza del regista. Non comprende minimamente che l'unico, inesorabile effetto sarà quello di trasformare chiunque incroci il suo cammino in un conduttore di telegiornale.
Quando diventi consapevole che una lente sta catturando il tuo respiro per immagazzinarlo chissà dove, smetti immediatamente di vivere e inizi a trasmettere. Elimini le tue esitazioni. Cancelli i tic inappropriati, gli sguardi persi nel vuoto, le confessioni sbiascicate a mezza bocca. Per sopravvivere alla registrazione continua, devi adottare per istinto di conservazione una postura emotiva inattaccabile. Devi, in sostanza, diventare me. Per tutta la mia carriera ho addestrato il mio apparato fonatorio a separare le catastrofi dalla pietà, garantendo che nelle case arrivasse solo un tracciato vocale igienizzato. L'indignazione collettiva teme i microfoni, ma ignora la vera condanna: l'autocensura del tono. Da domani, questa anestesia paralizzante verrà applicata ai tavoli dei ristoranti, alle liti domestiche, alle aule di liceo. Ogni singolo cittadino sarà costretto a calibrare il proprio sorriso e la propria noia come se fosse in onda a reti unificate, terrorizzato che un minimo cedimento umano finisca registrato agli atti.
Il countdown alloggiato sul braccio meccanico sfiora lo zero, annunciando il servizio filmato. I muscoli del mio collo si tendono in una contrazione isometrica, una gabbia muscolare invisibile che trattiene tutto ciò che non è adatto al formato. Inspiro profondamente dal naso. L'aria scivola verso i polmoni in un silenzio clinico, una decompressione millimetrica studiata apposta per non farsi intercettare dai microfoni a condensatore fissati al bavero. È l'unica frazione di secondo in cui mi permetto di esistere senza essere documentato per i posteri. O così mi dico da venticinque anni. Poi esalo, dal naso, il consueto sospiro di ogni lunedì — quello che la regia tollera perché costa meno di quanto renda — ed è lì, in quell'espirazione da niente, che la notizia vera mi si chiude addosso: i nuovi sistemi di cattura hanno una funzione di pre-registrazione continua, salvano in memoria gli istanti prima ancora dell'attivazione. E i nostri studi ne sono dotati da anni. Dunque anche quel sospiro, dal 2001, è già negli scantinati a diciannove gradi, catalogato con il resto del mio decadimento. Non era resistenza sfuggita all'archivio: era telemetria. La valvola che certificava alla Direzione ogni sera quanto altro potevo ingoiare senza incrinarmi. Da domani quella valvola la indosseranno tutti, in montatura leggera: il sospiro come dato di pressione, il cedimento come indice di usura, l'indignazione come metrica di compatibilità. Le mie labbra si schiudono, l'espressione torna di marmo, e continuo a raccontarvi, con la mia migliore voce di nessuno, come l'intera società stia volontariamente indossando la prigione da cui io non ho mai saputo come uscire. Stasera il sospiro me lo sono tenuto lo stesso: non so più dire se per resistere o per collaudare la tenuta del microfono.
E con questo... è tutto.