Siamo di fronte a un momento di straordinaria maturazione del nostro ecosistema civico, una fase che richiede lucidità amministrativa e, soprattutto, il vocabolario adeguato per interpretare i processi in corso. Alcuni osservatori, cedendo a una certa precipitazione lessicale, si ostinano a parlare di "divieti" o di "allarmi sicurezza" a proposito dell'implementazione globale dei nuovi dispositivi ottici di acquisizione audiovisiva. Vorrei rassicurare i cittadini: non vi è alcun allarme. Ci troviamo semplicemente all'interno di un entusiasmante cantiere partecipativo volto alla calibrazione delle nostre infrastrutture visive.
Comprendo che la recente riorganizzazione degli accessi decisa in alcuni contesti internazionali — dalle aule formative norvegesi agli spazi di giurisdizione del Regno Unito, fino agli istituti di residenza obbligata dell'area newyorkese — possa generare letture parziali. Ma le parzialità, come ci insegna l'esperienza istituzionale, si superano attraverso un virtuoso percorso di contestualizzazione. Che in alcune fasi di avviamento siano state rilevate imperfezioni di perimetro — ambienti contigui acquisiti oltre l'intenzione dichiarata, soggetti terzi incamerati prima della messa a norma del consenso, un numero non ancora armonizzato di minori — è stato osservato, è stato verbalizzato, e sarà senz'altro già stato superato dalle prossime release. Quando leggiamo i dati relativi all'aumento delle interazioni tecnologiche tra le giovani fasce demografiche, non stiamo osservando una criticità legata agli "abusi", bensì una formidabile spinta dal basso verso l'audit continuo della quotidianità.
Laddove alcune narrazioni minoritarie si ostinano a ravvisare gli estremi di una sorveglianza occulta, l'amministrazione proattiva preferisce declinare il fenomeno nella cornice di una condivisione asincrona del patrimonio esperienziale, all'interno della quale la nozione obsoleta di archivio cede il passo a quella ben più dinamica e sinergica di servizio di prossimità: la memoria, finalmente, processata, indicizzata e restituita all'utente senza il gravoso ingombro del ricordo spontaneo.
Se per decenni abbiamo tollerato che le nostre conversazioni, le nostre espressioni e persino i nostri sguardi si disperdessero nel vuoto di un'oralità priva di tracciabilità, oggi la tecnologia ci offre lo strumento per una capillare messa a norma delle relazioni interpersonali. L'archiviazione preventiva del reale non è una sottrazione di diritti, ma una democratizzazione del verbale certificato. Delegare a un'elegante montatura il compito di incamerare i flussi informativi ambientali significa sollevare l'individuo dal gravoso onere della memoria fallibile, affidando le nostre giornate a una supervisione collaborativa molto più solida e strutturata: una forma elementare di welfare cognitivo. Nessuno sarà più lasciato solo con il proprio passato.
Le fisiologiche esitazioni espresse nell'ambito della preziosa istruttoria avviata dal Garante della Privacy italiano e dal suo Presidente Pasquale Stanzione, sono la prova che il dialogo è vivo e che il percorso di armonizzazione sta funzionando. I garanti non stanno frenando il progresso; lo stanno accompagnando verso una più matura rendicontazione dell'esistere. Aver trasformato ogni cittadino in un operatore accreditato per il rilascio di ricevute audiovisive è un passo in avanti formidabile verso la piena certificazione del capitale umano. L'introduzione della medesima va pertanto derubricata da criticità emergenziale a naturale evoluzione di un ecosistema in cui il non-detto, il non-visto e il non-registrato costituiscono un'inefficienza sistemica ormai inaccettabile.
Non ignoro le voci, invero minoritarie, che paventerebbero un cortocircuito di credibilità nell'Autorità stessa, alla luce delle recenti perplessità amministrative emerse al suo interno — quelle che una stampa scandalistica si ostina a etichettare sbrigativamente come «spese pazze». Anche qui, tuttavia, occorre resistere alla tentazione della lettura punitiva: un ente chiamato a vigilare sulla trasparenza altrui che accetta per primo di essere scrutinato nei dettagli più minuti della propria gestione interna non è un ente in crisi. È un ente che applica coerentemente, prima ancora che agli altri, i medesimi standard di rendicontazione che va promuovendo per il resto della cittadinanza.
I numeri, quando le sedi competenti avranno terminato la loro elaborazione, e i tempi dell'elaborazione sono quelli che sono, dimostreranno che il novantasette per cento dei cittadini risultava già favorevole prima ancora di essere informato. Il restante tre per cento è stato acquisito al perimetro del favorevole in sede di armonizzazione.
«Non è una crisi, è una splendida transizione sfidante.»