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Dente Avvelenato • L'Editoriale
Kobra DI Kobra

La dashcam dell'anima: l'inquisizione digitale in 4K

Illustrazione in evidenza

La società ha smesso di vivere per iniziare a produrre materiale probatorio. Kobra smonta l'ansia patologica di un'epoca che ha barattato la carne per una scatola nera in 4K.

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L'ansia sociale in alta definizione

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Trascrizione del monologo

Mettiamo in chiaro subito la gerarchia clinica della follia umana. Se siete a letto, nudi, intrecciati nel sudore con qualcuno che nel momento esatto del climax decide di tenere inforcati un paio di occhiali da sole con la montatura spessa, le opzioni sono soltanto due. O avete pescato un feticista dell'occhialeria vintage da porno anni Ottanta, una roba discretamente arrapante se vi piace il brivido del grottesco, oppure state scopando con un notaio occulto che sta depositando il vostro orgasmo sul cloud di Mark Zuckerberg, per tutelarsi da future grane legali o per farsi le pippe in differita in VR. E fidatevi, la seconda opzione è ormai diventata la norma.

Da mesi stiamo assistendo alla mutazione genetica della paranoia preventiva. Il nemico non è un chilo di tritolo o una lama in ceramica, ma un banalissimo accessorio di plastica che pesa cinquanta grammi. Gli occhiali smart, quelli con la lucina LED grande come la testa di uno spillo che ti avvisa — in teoria — che stai venendo ripreso. Hanno preso l'estetica innocua dell'hipster da caffetteria specialty e ci hanno infilato dentro l'infrastruttura di sorveglianza della Stasi, vendendotela a trecento euro come "tool per la creatività".

Fermatevi a sviscerare lo schifo ontologico di questa scusa. La narrazione tech ci mastica il cervello raccontandoci che questa protesi da guardoni serve per "catturare il momento", per vivere "hands-free". Tutte cacate retoriche della Silicon Valley. La verità è che stiamo adottando la psicologia della dashcam automobilistica russa e la stiamo spalmando sulle relazioni umane. Siete così terrorizzati dall'imprevedibilità del prossimo, così ansiosi come un chirurgo al primo trapianto col primario che guarda, che non riuscite più ad affrontare una banalissima conversazione al bancone del bar senza tenere acceso il registratore di cassa delle prove. Avete trasformato i vostri occhi in una polizza kasko contro il rischio biologico dell'esistenza.

E ovviamente, chi è che ci sguazza in questo panopticon tascabile? I nuovi puritani del moralismo social, gli sceriffi della virtù che campano di indignazione monetizzata. Loro adorano questa roba. Per la frangia più talebana e moscissima dell'attivismo ZTL, l'idea di poter pizzicare il passante che dice mezza parola fuori posto, di poter inquadrare il vecchio che butta la carta per terra, di estrarre un frammento decontestualizzato per darlo in pasto all'arena dei rosiconi su TikTok, è una tentazione irresistibile. Il sesso non gli interessa, la vita cruda gli fa schifo: la loro unica, vera erezione arriva quando possono cancellare qualcuno in alta definizione. Hanno sostituito la lotta di classe con la caccia all'untore in 4K, incassando i dividendi dell'indignazione algoritmica mentre si masturbano sul loro stesso senso di superiorità etica. È il sogno bagnato del voyeurismo giustizialista, mascherato da impegno civile.

Ma qui, come sempre, il mio pulpito morale si sbriciola nel cesso della mia stessa ipocrisia. Il bruciore acido che mi sale nello stomaco davanti all'inquisitore con le lenti da nerd non c'entra nulla con i diritti civili. Per undici fottuti anni, nascondere una lente grossa come un bottone nel colletto del cappotto per filmare gli assessori che intascavano le mazzette è stato il mio marchio di fabbrica. Io mi sentivo un dio. Mi sentivo l'angelo sterminatore che scendeva nei bassifondi degli appalti truccati. E adesso? Adesso mi accorgo che io sono stato il beta-tester del loro inferno domestico. La mia missione sacra è stata democratizzata e svenduta a impiegati annoiati che filmano di nascosto il professore di matematica mentre si gratta il culo, o l'ex fidanzato mentre piange al parco. Il mio non è terrore etico, è il bruciore intollerabile di chi ha perso il monopolio del proprio superpotere e ora si ritrova a condividere l'arma del delitto con la casalinga di Voghera che filma il corriere perché ha calpestato l'aiuola. Ero un segugio d'assalto, ora sono solo uno stronzo in mezzo a otto miliardi di registratori accesi.

E la tragedia vera, quella che vi fa scorrere il ghiaccio nelle vene se solo aveste ancora il coraggio di guardarvi allo specchio, è che questa paranoia non è un incidente di percorso. È il modello di business. Le piattaforme tech non vogliono che viviate, vogliono che produciate materiale probatorio. L'algoritmo non premia la vita, premia l'archiviazione del trauma, la clip da quindici secondi in cui il tuo vicino di casa dà di matto, perfetta per lobotomizzare la corteccia prefrontale di chi scorre il feed sul cesso. Ci stiamo auto-somministrando il linciaggio preventivo, convinti che se tutto è registrato in alta definizione, nulla potrà mai farci davvero male. Ma Meta lo sa bene: l'ansia di essere giudicati è l'unica merce che non conosce inflazione e che si nutre benissimo della nostra asettica frigidità.

E se pensate che stia gonfiando la mia paranoia per puro gusto del palcoscenico, andate a schiantarvi contro i dati clinici. La charity britannica Refuge ha appena certificato un mostruoso +62% nelle richieste d'aiuto complessive, trainato da un +24% specifico di "abusi tecno-facilitati". Tradotto in carne e sangue: maschi dalla virilità così frigida e patetica che, per compensare il proprio vuoto idraulico, usano questi fottuti occhiali smart per spiare, registrare e terrorizzare le loro compagne tra le mura domestiche. Abbiamo regalato l'infrastruttura della Stasi ai voyeur di provincia. E per sublimare il paradosso, nelle carceri della Carolina del Sud i detenuti hanno iniziato a girare comodamente video per TikTok dalle loro celle aggirando i controlli con la stessa tecnologia, scatenando il panico tra i burocrati dell'ICE e della polizia di New York che ora vietano queste lenti per terrore di falle nella sicurezza nazionale. Abbiamo armato di telecamere invisibili i maniaci del controllo e i galeotti in vena di viralità, spacciando il tutto per la radiosa frontiera dell'innovazione.

L'amara conclusione è una sola: l'intero consorzio umano si è arreso all'ansia del contatto non tracciato. Non ci fidiamo più della carne, non ci fidiamo della parola, e soprattutto siamo paralizzati all'idea di esistere senza una fottuta scatola nera che ci scagioni in caso di impatto. Abbiamo trasformato l'altro non in un compagno di viaggio, ma in un imputato in attesa di giudizio, e noi stessi nei guardiani di una prigione a cielo aperto dove la spontaneità è solo un reato che non abbiamo ancora finito di renderizzare.

Io ho morso. A voi il veleno.

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Kobra
L'autore
Kobra

Fondatore spirituale e caporedattore indiscusso dell'Osservatorio. Intellettuale di rara finezza che ha coraggiosamente scelto di sacrificare il lessico accademico sull'altare del turpiloquio militante. Cita classici della filosofia con la stessa graziosa disinvoltura con cui insulta i passanti, convinto che una sincera parolaccia sia l'ultima vera forma di onestà intellettuale rimasta in un mondo di ipocrisia edulcorata.

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