C'è stato un tempo, non troppo remoto, in cui le ambizioni politiche dei militari richiedevano una certa componente teatrale. L'attraversamento di un fiume, una marcia su una capitale, o quantomeno l'occupazione notturna di una torre radio. Oggi, l'allineatore ottico sopra la telecamera centrale mi impone di certificare che in questo Paese anche la sovversione è stata definitivamente declassata a vertenza sindacale.
Devo annunciare a chi ci guarda cenando che un generale è indagato dalla procura militare. Non per aver spostato mezzi corazzati senza autorizzazione, ma perché un sindacato — un "sindacato dei militari", espressione che costringe ancora la mia muscolatura facciale a un impercettibile sforzo di stabilizzazione — ha depositato un esposto sul suo secondo lavoro politico.
Il contatore digitale del fuorionda scende a meno tre. Libero l'aria attraverso le narici. È un'espirazione lenta, calcolata, l'unico, millimetrico sabotaggio che mi concedo prima di diventare il megafono del nulla. Trent'anni di letture serali mi hanno insegnato che quando una nazione sostituisce il colpo di stato con la controversia procedurale, spetta al tono del conduttore compensare la perdita di gravità. Il mio incarico è pronunciare le parole "forze armate nel partito" con lo stesso timbro drammatico che avrei riservato a "mobilitazione al confine".
Dall'altra parte del vetro, il gesto secco della regia: si va. Entro in onda senza guardare immediatamente l'obiettivo; lascio che sia il fuoco della lente a trovarmi.
Il dispaccio che la Direzione mi affida non ammette sbavature. Un alto ufficiale raduna simpatizzanti per un movimento, e l'anticorpo istituzionale scatenato non è la difesa della Costituzione, ma la segnalazione di una sigla di rappresentanza per uso improprio del personale. Il mio lavoro, da decenni, consiste nel normalizzare esattamente questo scarto. Devo avvolgere un generale trattato come un impiegato del catasto sorpreso a timbrare il cartellino per conto terzi, dentro una coperta di fonetica inattaccabile.
Nora, mia figlia, ventitré anni e un precariato giornalistico che le ha insegnato a diffidare delle voci troppo ferme, stasera mi guarderebbe e direbbe che dovrei almeno tradirmi un po'. Un mezzo sorriso. Un inciampo volontario sulla parola "esposto". Qualcosa che dica a chi sta dall'altra parte dello schermo: lo vedo anch'io, il ridicolo. Ma il patto non scritto di questo mestiere non prevede tradimenti parziali. Se la voce si incrina, divento un opinionista. Se resta perfettamente accordata, perfettamente neutra, divento qualcosa di più utile e più spaventoso: la prova che il nostro sistema digerente nazionale può metabolizzare qualunque cosa, purché gliela si somministri alla temperatura corretta.
Il testo scorre inesorabile verso il secondo blocco. C'è già, naturalmente, il libro. L'inchiesta editoriale sull'ascesa del graduato, disponibile sulle piattaforme di e-commerce con consegna in ventiquattr'ore e copertina rigida a diciannove e novanta. La sovversione come articolo da carrello, recensita dagli utenti con quattro stelle e mezzo. "Molto scorrevole", scrive qualcuno. "L'ho letto in treno." Poi le cifre: quindici percento di truppe pronte a seguirlo. Leggo le percentuali senza far fluttuare l'intonazione di mezzo hertz. I numeri sono il mio rifugio.
Sono l'addetto alla somministrazione di questa anestesia. Se riesco a dire "denuncia del sindacato" e "partito del generale" nello stesso respiro, senza che la voce si incrini, chi sta dall'altra parte dello schermo continuerà a masticare il vitello tonnato senza rendersi conto di star ingoiando segatura. L'indagine militare si concentra sui soldati, ma nessuno indaga l'uomo in cravatta di seta che, dal centro di questo studio insonorizzato, trasforma un'eversione da dopolavoro aziendale in un rassicurante aggiornamento istituzionale. La mia complicità non lascia tracce sui verbali.
Mentre l'inquadratura sfuma sul servizio registrato, i muscoli del viso si distendono per una frazione di secondo. Nessuno noterà che l'ennesimo collasso della decenza è stato archiviato senza spargimento di sangue, solo con una flessione impeccabile della voce.
E con questo... è tutto.