Bruno, il mio compagno, restaura mobili antichi. Passa settimane a consolidare strutture interne completamente tarlate, iniettando resine acriliche in frammenti di legno che altrimenti si sbriciolerebbero al primo tocco. Lo guardo lavorare e non faccio commenti: ha imparato da solo che non puoi restituire solidità a ciò che è strutturalmente morto. Puoi solo ritardarne il collasso con la pazienza della resina. Questa settimana, il generale Roberto Vannacci ha tentato un'operazione di restauro strutturale di identica natura, scambiando però il palcoscenico scivoloso della politica per la sua personale bottega del rigore.
Il dispositivo in esame riguarda la fondazione del movimento "Futuro Nazionale". I sondaggi gli attribuiscono un potenziale a due cifre. Non è un elettorato: è un deposito di risentimenti senza grammatica, l'esatto opposto di un plotone. Il generale, insofferente per inevitabile deformazione professionale alla fisiologica anarchia del consenso democratico, ha deciso di inchiostrare le crepe applicando l'unica grammatica che conosce a memoria: la gerarchia militare. Ha trapiantato la struttura di comando della caserma all'interno della dialettica di partito, confondendo l'adesione civica con l'arruolamento obbligatorio.
È una fattispecie clinica di pavidità mascherata da autorevolezza. La democrazia spaventa perché richiede la fatica di convincere un interlocutore che mantiene il sacrosanto diritto di mandarti al diavolo. La naja rassicura, perché chi hai di fronte è obbligato a scattare sull'attenti prima ancora che tu apra bocca. Non cerca elettori: cerca sottoposti. E per imporre questa geometria dell'ordine, ha iniziato a tesserare militari in servizio attivo, trattando la divisa della Repubblica come il gadget promozionale di una corrente politica personale.
Il fascicolo entra nel vivo con l'intervento della Procura militare, innescato dalla rituale denuncia di un sindacato. Chi si aspetta il dramma istituzionale, il baluardo contro il rigurgito eversivo, resterà deluso. La realtà processuale è infinitamente più grigia, polverosa e burocratica. La Procura non sta indagando su un colpo di stato o su una minaccia alla sicurezza nazionale. Sta gestendo un illecito amministrativo, un banale problema di incompatibilità tra mansioni. L'istituzione preposta a garantire la sacra apoliticità delle forze armate è stata declassata a un ispettorato di conformità aziendale, costretta a sanzionare dei dipendenti per l'uso improprio dell'uniforme fuori dall'orario di lavoro.
Il fascicolo si chiude qui, senza alcun mobile da salvare: solo una struttura tarlata che cede sotto il peso della propria inadeguatezza. Da una parte abbiamo un leader che usa i gradi per nascondere la propria incapacità di gestire il dissenso democratico; dall'altra, un'istituzione militare costretta a inseguire i propri soldati nelle segreterie di quartiere per ricordargli il regolamento. Nessun rigurgito eversivo, nessuna epica marziale. Solo la miseria amministrativa di un regolamento violato da chi credeva che l'uniforme fosse un lasciapassare politico, scoprendo a sue spese che è soltanto un vincolo contrattuale. La sentenza è definitiva.