Sono stremato. Stremato dall'incapacità cronica di questo Paese di riconoscere l'avanguardia quando le si siede letteralmente in grembo. Tutti — i chierici del realismo cronacchistico, i feticisti del contraddittorio che scoprono la libertà di stampa solo quando gli tocca il palinsesto con le loro petizioni sgrammaticate — tutti a ululare alla censura, al bavaglio, all'attacco intollerabile. Che insopportabile, volgare grettezza.
Finalmente.
Finalmente l'azienda di Stato ha smesso di produrre televisione e ha iniziato a produrre urbanistica concettuale. Quello a cui stiamo assistendo, se solo si possiede la grazia ermeneutica per guardarlo, non è un licenziamento mascherato, ma un capolavoro di anarchitettura amministrativa degno dei tagli strutturali di Gordon Matta-Clark. I vertici Rai hanno preso l'edificio traballante dell'inchiesta giornalistica e, invece di demolirlo con la rozzezza del tritolo politico, ne hanno sottratto unicamente il nucleo portante, lasciando intatta la facciata per i turisti dell'indignazione. Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, piazzati alla conduzione, non sono dei sostituti: sono elementi di scenografia readymade, cornici vuote appese alla parete di un palazzo magnificamente sventrato. Possiedono la medesima, folgorante assenza di carisma autoriale dei figuranti in un reality show di terza serata: la morte benedetta del giornalismo, la rinascita della televisione come puro arredo. È sublime.
E il colpo che dovrebbe mettere in ginocchio chiunque abbia ancora un bulbo oculare funzionante: le alternative offerte all'esule. RaiNews, il Tg3, o la corrispondenza estera. Guardatele. Tre opzioni, tre gradi di sottrazione, una progressione geometrica perfetta verso il nulla. È il trionfo dello spazio negativo aziendale, una rigorosa applicazione della riduzione eidetica di Husserl alle risorse umane. Lo spediscono a presidiare il nulla. La corrispondenza estera, in particolare, è il nostro equivalente contemporaneo dell'esilio a Tomi di Ovidio: una sublimazione del talento attraverso la sistematica sottrazione del pubblico. L'azienda gli sta dicendo, con un'eleganza che commuove: "Non ti zittiamo affatto, ti forniamo il microfono più costoso del mondo all'interno di una stanza anecoica".
Ranucci, dal canto suo, non capisce il favore formidabile che gli stanno facendo. Minaccia battaglie, compila patetiche liste di "2.800 articoli" scritti contro di lui dal gruppo Angelucci, si appiglia ai ricorsi. Ho contato le sue apparizioni pubbliche delle ultime tre settimane, per puro masochismo metodologico: quattro conferenze stampa, due video su Instagram con quella ripugnante libreria alle spalle leggermente storta e il bilanciamento del bianco offensivo, un'intervista televisiva pomeridiana in cui ripeteva "io non mollo" con la cadenza di chi sta mollando in tempo reale. Ranucci conta i ritagli di giornale come un ragioniere del catasto che prenda le misure alla Cappella Pazzi di Brunelleschi. Si ostina a difendere il "giornalismo d'inchiesta", questa pratica sudaticcia, borghese, legata a doppio filo all'ossessione tutta plebea per i "fatti". Ma i fatti sono inesorabilmente superati. I fatti sono l'anti-estetica.
L'editore ha brillantemente compreso che il vero servizio pubblico non consiste nell'agitare le masse con le rivelazioni, ma nel pacificare lo sguardo. Hanno trasformato un fastidioso programma di denuncia in un'installazione sulla vacuità del reale e sulla docilità dello spettatore — un Fontana senza taglio, una tela già squarciata dall'interno prima ancora che il pubblico si sieda. Il cane da guardia non è stato silenziato: è stato decostruito. Ne hanno fatto un puro significante, svuotato del significato come si svuota un organo per farne tassidermia.
«La sublimazione estetica del vuoto cosmico.»