Mio fratello maggiore Corrado è uno dei penalisti più costosi e ricercati di questo Paese. Difende, con una percentuale di successo che trovo di una noia siderale, l'esatta tipologia di imputati che io seziono la domenica in questa rubrica. Non passiamo un Natale insieme da almeno vent'anni. Non per un litigio specifico o un dramma familiare, ma per una strutturale e insanabile incompatibilità sulle regole d'ingaggio della realtà: io cerco il dispositivo di condanna, lui cerca il vizio di forma. Corrado mi spiegò il suo principio cardine la sera in cui festeggiò il suo primo grande proscioglimento: se non puoi negare che il tuo cliente abbia commesso una macelleria, non provare a difenderlo nel merito. Convincilo ad ammettere il fatto, ma cambia il nome del reato. Se un omicidio volontario diventa un banale smaltimento illecito di rifiuti organici, hai già vinto. La derubricazione è la più raffinata forma di illusionismo del nostro codice penale.
Questa settimana, i vertici della radiotelevisione di Stato hanno dimostrato di aver assimilato la lezione con la metodica, asettica precisione di un ufficio risorse umane. Il fascicolo in esame è la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report.
Licenziare o sopprimere in tronco il programma d'inchiesta più fastidioso per l'attuale maggioranza di governo sarebbe stato un crimine di lesa democrazia. Avrebbe evocato la parola "censura", un termine sgraziato, rumoroso, che genera martirologio, interrogazioni parlamentari, scioperi sguaiati e solidarietà internazionale. Un'accusa troppo pesante per reggere il processo a telecamere accese senza che il boato sovrasti la sentenza. Dunque, l'azienda ha applicato il teorema: ha derubricato il bavaglio a ordinaria riorganizzazione delle risorse umane.
Il dispositivo dell'operazione è tecnicamente ineccepibile. Non si chiude la trasmissione, se ne affida la conduzione a due giornalisti interni, peraltro assunti tramite concorso e già parte della redazione, blindando così la mossa dietro il paravento inattaccabile della valorizzazione delle risorse aziendali. E per disinnescare l'esplosivo principale, si offre al bersaglio un ventaglio di ricollocamenti apparentemente dignitosi: la vicedirezione di RaiNews, il Tg3, oppure una prestigiosa corrispondenza al Cairo. Nelle carte aziendali, questa manovra è giustificata sotto la voce "garanzia di continuità professionale adeguata". In gergo forense, si chiama patteggiamento imposto.
L'architettura è congegnata per non lasciare vie di fuga procedurali. Si sottrae l'innesco investigativo offrendo in cambio un ufficio climatizzato. Se il giornalista rifiuta e grida allo scandalo, viene istantaneamente incasellato nella categoria dell'ingrato o della primadonna che sputa nel piatto del servizio pubblico. Se accetta, certifica con la propria firma che non c'è stata alcuna epurazione politica, ma solo un fisiologico e insindacabile turnover amministrativo. È una gabbia perfetta, costruita interamente con i materiali della tutela sindacale. L'editore ha impugnato lo scudo delle risorse umane per sterilizzare un'anomalia del palinsesto.
L'errore del pubblico è continuare ad aspettarsi la censura nella sua forma teatrale: l'editto, la guardia giurata alla porta, il microfono staccato in diretta. Un'estetica del potere novecentesca, rumorosa e ampiamente superata. Oggi il silenzio si somministra per via amministrativa. La lottizzazione si è evoluta, abbandonando la brutalità del machete per adottare l'asettica precisione della modulistica. Il potere non deve più imporre il silenzio con la forza bruta: gli basta riorganizzare le frequenze del dissenso fino a renderle indistinguibili dal rumore di fondo aziendale. Il pluralismo formale è salvo, l'inchiesta sostanziale è disinnescata.
La sentenza è definitiva.