Stasera il suggeritore ottico montato sopra la telecamera centrale mi impone di certificare un crollo. Non un terremoto — quelli hanno una dignità geologica, una casualità che li assolve. Un crollo convocato. Una trasmissione d'inchiesta che viene invitata, con solerte urgenza, a trovarsi un'altra collocazione. O, per tradurre il gergo aziendale nella lingua di chi paga il canone: il suo conduttore è stato messo nelle condizioni di non nuocere ulteriormente agli attuali affittuari dei palazzi romani.
Ada, che passa le giornate a consolidare dorsi di volumi seicenteschi, mi dice sempre che la differenza tra il restauro e la catena di montaggio sta nella quantità di polvere che sei disposto a respirare per salvare l'opera. Il cronista che l'azienda sta premurosamente scortando all'uscita aveva l'imperdonabile difetto di sollevare polvere. Molta. Negli scantinati delle istituzioni, negli archivi segretati, nei bandi truccati, nelle triangolazioni che nessuno ti chiede di spiegare se non fai la domanda giusta. Io, al contrario, sono l'emblema immacolato della catena di montaggio. Non prendo pioggia per lavoro da decenni. Non faccio domande non concordate. Il mio incarico non scritto è garantire che nelle vostre case non entri un solo granello di quella polvere. Lo porto a termine attraverso la rigorosa somministrazione di vocali ben aperte e consonanti dal timbro ineccepibile.
Mentre scorro l'anteprima del testo sulla mia cartellina in pelle, sfiorandola con il pollice, contemplo la squisita letteratura redatta da chi ci governa. Il dispaccio che sono costretto a ripetere parla con grande tatto di "rinnovamento delle linee editoriali", di "esigenze di formati più moderni" e della proverbiale "valorizzazione delle nuove energie". È una lingua morta, un latino burocratico pensato appositamente per non significare nulla mentre provvede a cancellare l'esistenza civica di qualcuno. E perché funzioni, serve la mia voce. Non una voce qualsiasi: la mia. Quella che dal 2001 entra nei soggiorni illuminati al led senza mai aver alzato il tono oltre la soglia del bollettino. Se un portavoce politico leggesse questo testo in piazza, il pubblico griderebbe alla purga. Ma se lo leggo io, dal mio studio climatizzato a ventidue gradi, protetto dall'abito blu Tasmania e da trent'anni di dizione ininterrotta, il silenziamento di una testata assume i contorni rassicuranti di un banale aggiornamento del palinsesto.
Non siamo mai stati amici, io e l'uomo che da domani la televisione di Stato proverà a dimenticare di aver mai conosciuto. Apparteniamo a due ecosistemi mediali incompatibili. Lui è il fiuto canino, l'indisciplina che si esalta nel rintracciare le fatture nascoste o le triangolazioni opache dei ministeri; io sono il funzionario del decoro, quello mandato a stendere un drappo di velluto scuro sopra la macchia di sangue prima che arrivino i parenti. Le agenzie traboccano di lettere alla Commissione Europea, di allarmi sul pluralismo, di telefoni che squillano a mezzanotte tra le segreterie e i piani alti. Tutto rumore esterno. Qui dentro, davanti a questa lente, il dramma si riduce a una questione di fonazione: accordare la sillaba iniziale della parola "riposizionamento" alla giusta nota di finto interesse. Nient'altro.
Il conteggio digitale sul monitor di servizio scende inesorabilmente a tre, poi a due. L'operatore di studio alza l'indice. Sento la cravatta farsi appena più stretta, ma è solo un cedimento passeggero. La regia non fa caso all'espirazione che mi concedo mentre i titoli di testa sfumano. Un soffio lungo, calibrato per svuotare i polmoni prima di riempirli con l'aria filtrata di questo ecosistema in cui il pluralismo muore per astinenza da ossigeno, senza lasciare impronte digitali. Sbatto le palpebre, distendo un micro-sorriso istituzionale e inizio a leggere. Con la stessa pacata, irreprensibile naturalezza con cui vi annuncerei il traffico in tangenziale.
E con questo... è tutto.