Oggi le cose sono così ridicolmente procedurali che, se provi ad assoldare un sicario sul dark web per far spezzare i femori al nuovo compagno della tua ex, quello ti manda un preventivo in PDF, ti fa scaricare la liberatoria per il trattamento dei dati personali e ti chiede se per il pagamento in Bitcoin preferisci la fattura elettronica. La violenza si è burocratizzata, amici miei. Ha dovuto fare pippa davanti al protocollo amministrativo. Pure i maranza di periferia, prima di tirarti una coltellata al semaforo, si fermano a calcolare il ROI dell'aggressione per non sbroccare fuori budget. La violenza di Stato ha subìto la stessa grottesca, inesorabile mutazione genetica, e il caso di Sigfrido Ranucci ne è l'evidenza clinica suprema.
Il giornalismo d'inchiesta è storicamente stato l'Eternit dei palinsesti televisivi. Materiale aspro, palesemente tossico per chi lo maneggiava, ma teneva su la baracca democratica isolandola dalle infiltrazioni peggiori. Poi, a un certo punto, i vertici aziendali hanno scoperto che l'Eternit faceva venire il cancro – non al pubblico che lo guardava, ma al direttore di rete che doveva giustificare il bonus di produzione. I direttori di rete hanno iniziato a tossire sangue ogni santissima volta che un sottosegretario alzava la cornetta per minacciare tagli al budget. Così, in Viale Mazzini, hanno deciso di non fare più gli editori, ma di riconvertirsi in una ditta di bonifica ambientale.
Prendete l'impianto grottesco della faccenda. C'è un'indagine, c'è un giro opaco legato a Lavitola, ci sono ombre, finti attentati e minacce striscianti contro il conduttore di punta di Report. In un mondo dotato di testicoli, l'editore blinda il giornalista, gli mette la scorta sotto casa e lo trasforma in un martire in prima serata. Invece no. Il dirigente Rai, ingessato nel suo completo aziendale, guarda il rischio esplosivo sotto l'auto del giornalista e agisce come il responsabile HR di una fabbrica di profilattici bucati: "Mio Dio, sei un rischio per la sicurezza sul posto di lavoro. Ti affianchiamo, ti smembriamo la squadra e ti trasferiamo in un ufficio senza finestre per tutelare il tuo benessere psicofisico".
Lo ha spiegato brillantemente Luigi de Magistris in quel suo pezzo in cui ricordava che oggi i nemici si fanno fuori "in casa, in famiglia" con "proiettili istituzionali". Ma è persino peggio di così. Non c'è manco il proiettile. Ti esautorano con un verbale di inidoneità ambientale. Ti diagnosticano una puzza di bruciato intorno e la usano come pretesto amministrativo per licenziarti la credibilità. È la sublime ipocrisia delle zozzerie aziendali: non mi stai sul cazzo tu per quello che dici, è che proprio non rispetti i criteri ISO-9001 della nostra serenità di rete.
È lo stesso squallore asettico di quando sei chiuso in un cesso dell'Autogrill, nel mezzo di un formidabile pompinario clandestino, sudato contro la maiolica fredda, e all'improvviso entra il tecnocrate di turno che ti cita il regolamento dell'ufficio d'igiene per ricordarti che i fluidi non devono sporcare le piastrelle comuni. Hanno preso la magnifica, carnale e penetrante irruenza della verità — perché l'inchiesta, quella vera, puzza di pericolo e ti entra dentro — e le hanno imposto un fottuto preservativo burocratico.
E mentre la Rai compie questa spettacolare circoncisione editoriale, Fratelli d'Italia prende carta e penna e scrive alla Commissione Europea per lamentarsi del programma. Riposatevi gli occhi su questa puttanata colossale. Il partito di maggioranza assoluta che va a piagnucolare a Bruxelles per un format televisivo. È come se Totò Riina avesse chiamato i NAS di Palermo perché la pizzeria del quartiere gli aveva bruciato il calzone. È la castrazione definitiva dell'autorità: non sanno più schiacciare il dissenso con la spavalderia politica, e allora chiamano l'amministratore di condominio sovranazionale per farsi notificare uno sfratto per rumori molesti.
Il potere non ha più bisogno di fucilarti all'alba o di chiuderti i server, perché sporca e fa abbassare il rating. Preferisce convocarti su Outlook. Ti ringrazia per il tuo prezioso contributo, redige un dossier sulle tue frequentazioni opache, ti incapsula come scoria radioattiva in nome della riorganizzazione aziendale e seppellisce il format sotto una valanga di moduli compilati in triplice copia.
È qui che mi tocca calare le braghe e specchiarmi nello schifo. Se questa dinamica mi fa salire il sangue alla testa non è per uno slancio etico a favore del pluralismo istituzionale. È perché undici anni fa ho mollato l'inchiesta vera, cagandomi letteralmente addosso dalla paura di finire in un'aula di tribunale a difendere la mia pellaccia. Vedere Ranucci che viene fatto fuori con la scusa concettuale di un'email ti fa sentire un vigliacco ma anche un fottuto sopravvissuto — perché alla fine, se cedi, non devi più nasconderti. Il mio è puro, meschino senso di colpa del reduce.
E noi, sacerdoti moscissimi del progressismo performativo, urleremo allo scandalo per quindici minuti netti, firmando le petizioni online su Change.org con l'unico, secondario e pietoso scopo di sembrare intellettualmente attraenti ai sit-in, sperando che la militanza civile ci faccia finalmente scopare. Il bavaglio non indigna per davvero. La patologia non è la censura. La patologia è che il funerale della libertà di informazione di Stato viene immediatamente spolpato dagli influencer decostruiti come carburante algoritmico, per monetizzare un altro #IoStoCon dalla loro rassicurante e frigida cameretta.
Io ho morso. A voi il veleno.