Esiste una formula matematica precisa per calcolare quanti disastri sono necessari prima che una precauzione tecnica diventi un obbligo di legge. Non la insegnano in nessuna facoltà, ma dopo trent'anni passati a leggere le conseguenze del risparmio altrui la si impara a memoria, come una tabellina. Stasera il gobbo elettronico mi chiede di applicare quella formula a un ospedale milanese. Mi ordina di scandire, con la consueta gravità da prima serata, la notizia di uno scambio di embrioni al San Raffaele. Due coppie. Due impianti. Il patrimonio genetico di una famiglia finito nel corpo di un'altra.
Le parole sono isolate sul monitor in un rassicurante colore giallo: "coppie", "fecondazione", "tragedia" e, soprattutto, "errore umano". Quest'ultima è la vera direttiva. Devo far suonare "errore umano" come una grandinata capitata per caso su un laboratorio sterile. La mia dizione deve essere impeccabile, perché sotto quella espressione c'è un dettaglio che la scaletta relega in coda al servizio: il software che impedisce a un biologo di scambiare le provette esiste dal 2007. Diciannove anni. In Italia non è obbligatorio.
Bevo un sorso d'acqua a temperatura ambiente. Il battito è regolare. Lo controllo sempre, prima della diretta, come si controlla la pressione di una caldaia. Trent'anni fa, davanti all'idea di due famiglie a cui viene impiantato il futuro sbagliato perché un amministratore ha deciso che l'infallibilità biologica era un lusso non previsto dalla legge, avrei sentito qualcosa. Non so cosa. L'impulso fisico, ingestibile, di lanciare la cartellina contro l'obiettivo. Stasera il mio unico problema tecnico è calibrare il fiato sulla parola "biologi". Non devo aspirare la B con troppa forza. Non devo farla suonare come un'accusa.
Il gobbo non mi chiede di spiegare perché è successo. Mi chiede di dire "errore umano" e di passare al blocco successivo. Ma l'errore umano, in un laboratorio dove esiste dal 2007 un software che impedisce fisicamente di scambiare le provette, ha un altro nome. Qualcuno, in un ufficio molto lontano dai microscopi, ha guardato un foglio di calcolo, ha diviso il costo della licenza per la probabilità che un biologo a fine turno sbagli etichetta, e ha deciso che il numero era abbastanza piccolo da poterci convivere. Una scommessa. Il margine di rischio era economicamente sostenibile. Lo era fino a stasera.
E quando la statistica presenta il conto, l'ospedale non ha bisogno di avvocati. Ha bisogno di me. Usa il mio mezzo secolo di sussiego radiotelevisivo come disinfettante. Usa la mia voce asettica per sterilizzare la scena del crimine. La mia voce serve a trasformare una scelta di bilancio in una dolorosa fatalità. Se esitassi, se lasciassi filtrare anche solo una frazione di disgusto nel pronunciare la frase "il sistema non era obbligatorio" — come in: non era *obbligatorio* — l'anestesia svanirebbe. Il pubblico a casa smetterebbe di provare pietà per le coppie e inizierebbe a chiedersi quanto costa, esattamente, la soglia oltre la quale un ospedale smette di fidarsi della fortuna.
Ma io non esito. Non inciampo. Faccio il mio mestiere con una precisione che mi ripugna. Loro risparmiano sulla prevenzione restando nei limiti della legge. Io racconto il disastro restando nei limiti della dizione. Due professionalità specchiate, entrambe ineccepibili, entrambe necessarie a far sì che domani si possa ricominciare.
La spia rossa sta per accendersi. Inspiro l'aria fredda dello studio. Esalando, libero l'unico, millimetrico sospiro che la regia tollera prima del primo piano — lo stesso microscopico sabotaggio di ogni lunedì, lo stesso da trent'anni. Poi apro la bocca, e lascio che la statistica diventi cronaca.
E con questo... è tutto.