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La Sentenza della Domenica
Lavinia Sarti DI Lavinia Sarti

Il restauro onesto è un reato, la vernice no

Illustrazione in evidenza

L'arte del restauro insegna la differenza tra consolidare un palazzo che crolla e limitarsi a tingerne la facciata. Incolpare l'innovazione per il cedimento delle proprie fondamenta non è avanguardia: è semplicemente la frode più elegante e meno perseguibile a disposizione dei consigli d'amministrazione.

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Il dispositivo difensivo perfetto

Condivido la mia vita da dodici anni con un uomo che restaura mobili antichi. Bruno passa intere settimane a grattare via strati di vernice scadente per riportare alla luce il legno originale, con tutte le sue venature e, soprattutto, le sue crepe strutturali. Sostiene, con la pacata ostinazione degli artigiani, che non puoi risolvere un cedimento portante semplicemente incollandoci sopra una lastra di laminato lucido e moderno. Prima o poi, il mobile cede sotto il suo stesso peso. Ascolto le sue lezioni di statica del legno mentre preparo la cena del sabato sera, sempre la stessa ricetta, con la metodicità di chi ha bisogno di un rituale meccanico per tenere a bada il caos del mondo esterno. Ed è esattamente tra i fumi di una cucina domestica che si palesa l'incolmabile abisso tra l'onestà del restauro e la truffa semantica della finanza contemporanea.


Oggi il banco degli imputati non ospita le settantasei lavoratrici del call center Konecta di Livorno. Loro non sono a processo: sono il corpo del reato. Un contratto di solidarietà le ha già ridotte a cinque giorni lavorativi al mese. I tavoli istituzionali si sono esauriti nel consueto rituale del nulla, lasciando che la scadenza di dicembre incomba non come una tragedia, ma come una mera scadenza contabile. La dinamica sarebbe banale macelleria aziendale, se non fosse per l'alibi ufficiale depositato agli atti, che eleva questa ordinaria dismissione a capolavoro di ingegneria difensiva.


La multinazionale spagnola, eterodiretta dal fondo d'investimento londinese ICG, ha notificato undicimila esuberi su scala globale. Il colpevole designato, esibito a mezzo stampa con la solennità riservata ai grandi scismi della storia, è l'Intelligenza Artificiale. Il progresso avanza, l'algoritmo impara, l'essere umano diventa inesorabilmente obsoleto. Un teorema inattaccabile, reso tale solo omettendo dal fascicolo una variabile fondamentale: una voragine debitoria pregressa di un miliardo di euro.


Ecco il laminato lucido applicato sulla trave marcia. Quando i consigli di amministrazione bruciano capitali a nove zeri per azzardi speculativi, la responsabilità manageriale scompare. Il buco di bilancio viene derubricato a inevitabile transizione tecnologica. L'algoritmo non sta rubando il lavoro a settantasei persone in Toscana. Si limita a fornire il prestanome perfetto, immacolato e sintetico, per assolvere la bancarotta di un gruppo di dirigenti in carne ed ossa.


In questo tribunale mediatico, la macchina assolve l'uomo d'affari. Non c'è alcun bisogno di ammettere di aver sbagliato i calcoli, di aver contratto debiti insostenibili, di aver fallito. Basta evocare l'innovazione digitale e la colpa si dissolve nella retorica del progresso. È un dispositivo difensivo di un'eleganza tale da rendere superflua qualsiasi indignazione. Abbiamo permesso che il vocabolario del futuro venisse sequestrato per sanare i buchi di cassa del passato. Le lavoratrici non sono le vittime collaterali del machine learning, ma i detriti di un crac finanziario verniciato a nuovo.


La sentenza è definitiva.

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Lavinia Sarti
L'autore
Lavinia Sarti

Voce elegante e tagliente delle nostre sentenze sociali più spietate. Ha sublimato anni di sincera indignazione giovanile in una compostezza glaciale e impeccabile. Legge le condanne dell'opinione pubblica con il distacco annoiato di chi conosce già a memoria la sentenza prima ancora che inizi il processo, trovando l'agitazione circostante un'inutile perdita di tempo.

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