L'equazione del vuoto: la noia come mandante a mano armata
Sette centimetri di lama, ventuno anni, un uomo seduto al bar che non lo aveva mai incrociato. Venti fendenti, nessun movente, nessuna discussione pregressa. Il risultato è un’ammissione di puro svago consegnata agli agenti con la serenità di chi recensisce un giro sulle montagne russe: «Mi sono divertito, appena esco lo rifaccio». La formula è degradante nella sua banalità: il vuoto pneumatico che scarnifica l'azione da qualsiasi passione, tornaconto o ideologia. La perfetta ottimizzazione dell'atto criminale: la violenza spogliata dal suo onere narrativo e ridotta a pura performance ricreativa.
Non è la prima volta che mi trovo a refertare questa specifica atrofia clinica. Anni fa, le aule di tribunale e le redazioni perdevano settimane a sezionare il movente. Si cercava ostinatamente la crepa nell'infanzia, l'affronto mai perdonato, il debito non pagato. Si pretendeva che il male avesse un'architettura complessa, persino una sua dignità tragica. Oggi, questa impalcatura è collassata sotto il peso schiacciante della noia. Ho visto questo stesso identico referto decine di volte, in risse fuori dalle discoteche, in aggressioni riprese dai telefoni, in pestaggi casuali per strada. Cambiano gli strumenti e le latitudini, ma il dispositivo interno è chirurgicamente identico: l'orrore consumato come passatempo. E ogni volta che lo incontro, il mio livello di sorpresa non subisce la minima oscillazione, derubricando la ferocia a ordinaria amministrazione.
Non c'è alcuna lucidità, solo la placida inerzia di un predatore da salotto in questo tipo di fattispecie, una sincerità che rende grottesca e superflua l'intera macchina del sistema giudiziario. Questi imputati non cercano attenuanti. Non fingono pentimenti strategici per ottenere sconti di pena. Rivendicano la propria ferocia con l'orgoglio di chi ha appena scoperto un nuovo hobby pomeridiano e non vede l'ora di praticarlo di nuovo. È il trionfo dell'autoreferenzialità assoluta: il bersaglio è casuale perché il bersaglio non esiste come entità umana. È soltanto uno strumento ginnico, un manichino anatomico, un supporto materiale per permettere all'aggressore di sentirsi esistere, per spezzare la monotonia di una domenica mattina altrimenti anonima.
Quando il movente scompare per fare posto all'intrattenimento, scompare anche l'illusione che si possa prevenire qualcosa. Non puoi rieducare chi non riconosce di aver infranto una regola, ma ritiene solo di aver partecipato a un gioco stimolante. E io, che ho visto scorrere abbastanza fascicoli da poterne recitare il dispositivo a occhi chiusi, ho smesso di cercare una logica in un sintomo che il paziente stesso considera un traguardo. Ci limitiamo a prendere appunti sull'apatia, a catalogare l'ennesima conferma di un teorema dove la variabile indipendente è la stanchezza e la costante è la lama.
Il fascicolo certifica, senza alcuna esitazione, il superamento definitivo del crimine passionale in favore del crimine ludico. Nessun abisso da sondare, solo una pozzanghera in cui si è deciso di annegare per ingannare l'attesa.
La sentenza è definitiva.